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17.5.08

Se non li avete visti tutti almeno una volta...


...la vostra vita è indubbiamente più povera!

6.5.08

The Dark Knight


Batman Begins aveva almeno due grandi meriti: quello di tentare un approccio realistico al genere supereroistico, riuscendo a suscitare interesse ancha tra i non appassionati del genere filmtrattodafumetto (soprattutto nella prima parte più incentrata sul viaggio iniziatico di Bruce Wayne mentra la seconda era più scontata e vicina agli altri film del genere); e quello di essere il primo film con il nome di Batman nel titolo ad essere realmente incentrato sulla figura dell'uomo pipistrello (laddove i primi due Batman, quelli diretti da Tim Burton, erano film incentrati sui nemici di Batman, il terzo era un ibrido più o meno riuscito tra la versione dark di Burton ed il telefilm degli anni 70, ed il quarto era una parodia, sia pure involontaria, che non sfigurerebbe tra gli sproof movie alla Scary Movie e affini).

Adesso arriva questo "The Dark Knight" con Heath Ledger nei panni di un Joker che appare, almeno dal trailer, per quello che realmente è: un clown violento e psicopatico e non il gigionesco personaggio interpretato da Jack Nicholson ed un Aaron Eckhart che ha il difficile compito di dare vita ad un personaggio complesso e ambivalente come Due Facce.
A garantire il tutto, la mano di Christopher Nolan, che non ha ancora sbagliato un film dal suo folgorante esordio con Memento.
Staremo a vedere.

Ah, dimenticavo, qui sotto l'ultimo trailer disponibile del film...

28.11.07

Jack Nicholson fatti da parte!


Il Joker di Heath Ledger, spaventoso e grottesco al tempo stesso, è semplicemente perfetto.
Dopo (per motivi nostalgico-affettivi) il quarto "Indy", il film più atteso del 2008!

Un pò imbolsito è, però...


..fa sempre la sua bella figura, con tanto di cappellaccio e frusta, nei panni dell'unico e inimitabile Indiana Jones!

Per me, semplicemente, IL film più atteso del 2008!

28.10.07

Ehi, animali!

Purtroppo, il mitico Guido Nicheli, anche noto come "IL CUMMENDA" di tante commedie all'italiana, se n'è andato.

Ciao Zampetti, ci mancherai!

4.7.07

Il "Sesto Senso" ci ha fregati tutti.


In principio fu “Il Sesto Senso”.
Poi sono arrivati “I Soliti Sospetti”, “Saw” (1, 2, 3 e prossimamente 4), “Unbreakable”, “The Village”, “The Others” e tanti altri che adesso mi sfuggono.

Sono arrivati, ed hanno cambiato il nostro modo di vedere i film.
In peggio.

Sì, perché prima dell’arrivo di questa ondata di film con il finale a sorpresa, quando si guardava un film ci si interessava alla storia.
C’era un inizio, che era fondamentale, perché doveva destare interesse.
C’era uno svolgimento, che doveva appassionarci raccontando degli avvenimenti (amori, amicizie, tradimenti, morti).
E c’era un finale, che aveva solo (per modo di dire) il compito di concludere degnamente la storia.
Di essere all’altezza di tutto il resto.
Questa era la funzione del finale: chiudere la storia.
Nella miglior maniera possibile, aggiungerei.
E basta.
Il finale doveva essere funzionale alla storia e non il contrario.
Perché vedete… è proprio questo il punto.
I film stile “Il Sesto Senso” hanno imposto questo nuovo meccanismo narrativo dove tutto avviene in funzione del finale a sorpresa.
Quasi non interessa a noi spettatori seguire con attenzione quello che succede durante la storia.
Siamo lì che aspettiamo IL FINALE.
Il colpo di scena che darà un senso tutto nuovo a quello che abbiamo visto fino a quel momento.

Non dico che i film con il finale a sorpresa che ribalta le carte in tavole siano brutti.
Alcuni tra quelli che ho elencato sono ottimi film.
Però sono convinto che questo stratagemma narrativo sia, alla resa dei conti, sbagliato.
Perché sminuisce tutto ciò che c’è tra l’inizio e la fine di un film.
Cioè la storia stessa, il cuore del film.
Il che non è poco.
Non è affatto poco.

Non siete d’accordo?
Allora vi invito a fare una prova.
Provate a rivedere uno dei film che ho citato all’inizio, avendo già chiara in mente la rivelazione finale che mette tutto sotto una luce diversa.
E ditemi se, aldilà del giochino di controllare se ad una seconda visione il meccanismo narrativo escogitato dagli autori regge, il film vi appassiona.
Io dico di no.
E sapete perché?
Perché la storia che hanno escogitato gli sceneggiatori e i registi di turno è scialba, ma così scialba che quando superiamo la cortina fumogena del finale ad effetto scopriamo con un pizzico di delusione che dietro non c’è niente.
Proprio un bel niente.

30.6.07

Soldi Spesi Bene.


Un bel po’ di anni fa ero al cinema per vedere “Godzilla” e prima di entrare in sala incontrai un tizio che usciva entusiasta dalla visione del primo spettacolo.
Disse che il film era un CAPOLAVORO ASSOLUTO nel suo genere e che non ci avrebbe affatto deluso.
- Non vi pentirete di aver scelto questo film. - Disse.
- Vedrete, non vi deluderà. - Ribadì.
- Sono soldi spesi bene. - Fu la frase con al quale si congedò sorridendo.

Il film si rivelò una delle più grandi cagate degli ultimi 30-40 anni (ma oserei dire del secolo).
All’uscita io e i miei amici andammo in giro per la città sulle tracce del subdolo individuo che ci aveva illusi parlando di capolavoro.
Volevamo riempirlo di legnate.
Purtroppo per noi e per sua fortuna non riuscimmo a scovarlo.

Ieri ho visto “Transformers”.
Ho visto un protagonista impacciato, nerd e simpatico come non se ne vedevano da un bel po’.
Ho visto Megan Fox sul grande schermo.
Ho riso di gusto grazie alle dosi massicce di umorismo che (per fortuna!) gli sceneggiatori hanno deciso di infilare nel film.
Ho visto autovetture e camion trasformarsi in robot in maniera assolutamente realistica e strabiliante.
Ho visto robottoni così grandi e grossi da occupare tutto lo schermo.
Ho visto Megan Fox sul grande schermo.
Ho visto citazioni e strizzatine d’occhio a un bel po’ di film vecchi e nuovi (da E.T. a Kill-Bill passando per Armageddon).
Ho visto il più grosso scontro tra robottoni mai visto al cinema.
Ho visto Optimus Prime chiudere il film con una frase presa pari pari dal cartone animato (roba da pelle d’oca!)
Ho visto Megan Fox (ma forse l’ho già detto…)

Questi sette euro e cinquanta sì che sono stati soldi spesi bene.
P.S. Forse, se proprio si deve muovere un piccolo appunto al film, Megan Fox non si è spogliata. Neanche un po’.
Peccato.
Beh, almeno ho scovato questo simpatico filmatino su YouTube dove la si può vedere in bikini…

26.6.07

Cresce l'attesa per Transformers...







..e soprattutto per la sua protagonista femminile!

19.6.07

Di catene, manette ed altri legacci.

Trailer originale del film Luna di Fiele (1992) regia di Roman Polanski


I rapporti di coppia sono rapporti di potere.
C’è sempre uno che comanda. Ed uno che obbedisce.
Uno che ferisce. L’altro che sta male.
Uno che vince. L’altro che perde.
Il pareggio è soltanto un’apparenza.
L’illusione di un equilibrio difficilissimo da trovare quando non impossibile.
Il preludio di una nuova resa più amara della precedente.
Perché incondizionata.

I rapporti d’amore sono rapporti di potere.
Fateci caso, ma quando parliamo dell’amore e delle sue conseguenze usiamo spesso termini ed espressioni che evocano la guerra.
“L’ha conquistata”
“L’ha colpito”.
“Si stanno facendo male a vicenda”.
“Sta a pezzi.”
“E’ distrutto”.
“E’ stato un duro colpo”.
Non è per niente un caso.
Le parole non mentono, semmai sono gli uomini a farlo.

Nei rapporti di coppia i compromessi sono all’ordine del giorno.
C’è un momento, quando uno dei due è ormai logorato dalle schermaglie quotidiane, fiaccato e pronto ad arrendersi, se ancora non lo ha fatto, o ad ammettere la sconfitta che si è già verificata sotto la superficie, in cui spunta la carta del compromesso.
È il jolly che consente di rinviare la resa dei conti finale, di far respirare un po’, di far guadagnare tempo e riorganizzare le idee.
Ma è anche l’esatto opposto, la nemesi in carne ossa e “allora facciamo così: oggi si esce con i miei amici domani con i tuoi” dell’energia spensierata, primordiale e disinteressata che caratterizza l’innamoramento nella sua fase iniziale.
Quella più pura.
Quando non pensiamo ad imporci ma, al massimo, ad esporci.
Quando siamo pronti a metterci in gioco, anche coprendoci di ridicolo, se necessario.
Spinti da un’energia incontrollata ed incontrollabile.
Dal desiderio di lasciarci andare.
Incoscienti, carichi di ottimismo e fiduciosi del fatto che, dall’altro lato, si starà pensando solo e soltanto ad amare.
E mai e poi mai ad avere la meglio.

Ottimisti e fiduciosi del fatto che, dall’altro lato si starà pensando solo e soltanto ad amare.
E mai e poi mai ad allestire una prigione con tanto di catene, manette ed altri legacci.

6.6.07

Lo Schermo Sbagliato (5).


Allora, vediamo se sei stato attento fino a questo momento.
Abbiamo parlato di cinema (molto) e di tv (poco).
L’abbiamo fatto citando pellicole degli anni ’80 e altre molto più recenti.
Abbiamo fatto esempi e qualche digressione, ma il cuore del discorso può riassumersi in due sole frasi.
Le ricordi?
No.
Allora te le ripeto (e ci metto anche un bel po’ di spazio tra l’una e l’altra così risaltano meglio sulla pagina di blogspot):


“IL CINEMA AMERICANO DA SOLO NON È PIÙ CAPACE D’INFLUENZARE IL NOSTRO IMMAGINARIO”.


“LA TELEVISIONE E’ IN GRADO DI FARLO”.


Ci sei?
Bene.
Cerca di tenerle a mente, perché, in fondo, è su questi due punti che si gioca il discorso che stiamo facendo e che andremo a fare.
Della prima affermazione ho già parlato abbastanza nelle puntate precedenti.
Adesso siamo passati a spiegare la seconda.
C’ho passato un po’ di tempo a ragionarci su, a cercare di capire come fanno le serie televisive ad avere una presa così forte sul nostro immaginario, e credo di aver trovato delle risposte.
Alcune banali, altre un po’ meno.
Ma le ho trovate.
Però di questo parleremo più approfonditamente nelle prossime puntate.
Prima voglio farti qualche altro esempio per farti capire quanto le serie tv influenzino il nostro immaginario.
Il primo riguarda questo signore qui:


Te lo ricordi?
C’eravamo lasciati proprio accennando a lui, la puntata scorsa.
Non so tu, ma io ho sempre pensato che i medici freddi, brutali e scostanti non rendano un buon servizio alla loro categoria.
Di più, credo che aumentino la diffidenza: se sto male voglio qualcuno che capisca la mia condizione, che si immedesimi, non un tipo che mi esamina come se osservasse un vetrino o una cavia da esperimento.
Poi è arrivato House.
Che è proprio come quei medici di cui stavo parlando.
Freddo, distaccato, irritante. Piuttosto presuntuoso, anche.
Eppure visto lì sul piccolo schermo, alle prese con casi disperati in cui nessuno sembra capirci qualcosa, ci è apparso come il miglior medico del mondo.
Sì, è un bastardo saccente e sarcastico, ma è anche il miglior medico del mondo.
E, facendo gli scongiuri, se ci capitasse qualcosa vorremmo tanto che uscisse dalla scatoletta luminosa per venire qui a risolvere in quattro e quattr’otto i nostri problemi.

Questo vuol dire che la televisione c’è riuscita.
Eccome se c’è riuscita, a colpire la nostra immaginazione facendo impazzire milioni di persone nei quattro angoli della terra per un medico antipatico e scostante.
Ma ancora di più i geniacci che producono e scrivono le serie tv a stelle e strisce sono riusciti a fare con i tipi che vedete qui sotto:


Belli, eh?
Sono i protagonisti di Grey’s Anatomy, riuscitissimo mix di E.R. e Sex and the City.
Qui l’hanno fatta davvero grossa.
Ci hanno fatto maledire e stramaledire il giorno in cui abbiamo deciso (per chi ha deciso così, ovviamente…) di NON diventare medici.
Da quando ho iniziato a seguire questa serie non passa una puntata senza che rimpianga la scelta di non aver intrapreso la carriera medica.
Il motivo?
Semplicissimo.
E se avete visto anche una sola puntata potrete immaginare a cosa sto per riferirmi.
In quell’ospedale di Seattle trombano dalla mattina alla sera.
Tra un trapianto di cuore e un’operazione al cervello trombano.
Tra un’anestesia totale ed una parziale rombano.
E quando non lo fanno, parlano di trombare.
A saperlo prima che la vita del praticante era questa, col cavolo che mi iscrivevo a legge!

Tornando seri per un attimo, è evidente che la realtà non è quella di Grey’s Anatomy (o almeno credo…).
Non è questo che conta.
Ciò che conta è che il meccanismo narrativo messo in piedi dagli autori di questa serie ha fatto sì che, ancora una volta, la nostra immaginazione venga colpita.
Dopo questa serie inevitabilmente finiremo con l’associare gli ospedali oltre che all’angoscia, alla disperazione, alla paura, alla speranza, alla vita e alla morte anche al sesso.
E non è roba da poco.
Pensa per un attimo al cinema e prova a vedere se ti viene in mente un film che sia riuscito a mettere insieme due cose apparentemente tanto distanti come il sesso e la morte in maniere così efficace e credibile.
C’hai pensato?
A me non ne viene in mente nessuno.

E così torniamo al punto iniziale.
Alle due frasi.
Le ricordi?

“IL CINEMA AMERICANO DA SOLO NON È PIÙ CAPACE D’INFLUENZARE IL NOSTRO IMMAGINARIO”.

“LA TELEVISIONE E’ IN GRADO DI FARLO”.
E gli esempi potrebbero continuare.
Se dico “naufraghi”, a cosa pensi?
Sì, forse ricordi Tom Hanks che sfrega il fuoco e parla con un pallone, ma io credo che ti vengono in mente soprattutto loro, i naufraghi di Lost.


Ormai nell’immaginario collettivo l’ISOLA disabitata (mica tanto..) e dimenticata da Dio per eccellenza è quella di Lost.
La zattera è quella di Lost.
I naufraghi sono quelli di Lost (lo so, già l’ho detto ma lo ripeto così rafforzo l’idea).
La botola è quella di Lost. (Ok, lo ammetto la botola non è proprio l’immagine che associamo di solito ad un naufragio… Ma lo vedi? Anche questo lapsus ti da l’idea della forza immaginifica di queste serie. Colpiscono a tal punto la nostra immaginazione da farci ricollegare due cose così diverse tra loro una botola ad un’isola deserta).

Bene.
Credo che gli esempi possano bastare.
Adesso dobbiamo capire come lo fanno.
Come riescono a far presa sulla nostra immaginazione.
Come diavolo fanno?
Alcuni motivi sono evidenti: i protagonisti delle serie televisive entrano nelle nostre case senza che noi dobbiamo fare alcuno sforzo che non sia premere il tasto di accensione della tv.
Non solo: vengono a trovarci ogni settimana, aumentando così la nostra familiarità con loro, facendoci affezionare a loro.

Queste ragioni sono evidenti ed intuitive, ma ce ne sono altre meno evidenti, meno intuitive.
Una, tra tante, è quella determinante, almeno a mio modesto parere.
Quella in grado di fare tutta la differenza del mondo.
Ne parleremo la prossima volta.
Lo faremo prendendo l’argomento un po’ alla lontana, partendo dalla storia dell'incredibile ascesa di William Monahan.
Il nome non ti dice niente?
Non importa.
Per ora ti basti solo sapere che è uno bravo a copiare.
Molto bravo.
Così bravo che per aver copiato gli hanno dato anche un Oscar…

4.6.07

Questo è Cinema!


Storia ridotta all’osso divisa in due atti speculari nelle premesse ma differenti negli esiti: due gruppi di ragazze prese di mira in momenti diversi da un ex stuntman alla guida della sua vettura "a prova di morte".
Dialoghi tutti al femminile infarciti di sesso e parolacce.
Inseguimenti e scontri tra vetture così realistici da farti assaggiare il sapore della polvere.
Da farti annusare l’odore della benzina.
E poi piedi. Un’overdose di piedi femminili.
E tanti culi, neanche fossimo finiti in un film di Tinto Brass.
Colonna sonora perfetta.
Citazioni. Ed auto-citazioni.
Questo è Death Proof, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Ma è anche molto altro: è un film di corpi che si muovono, sudano, ammiccano, ballano.
E vengono fatti a pezzi.
Ed in questo è forse il film più “fisico” tra quelli girati finora da Tarantino.

È un film fatto di dualismi.
Di luoghi chiusi (gli interni delle vetture e del bar dove si svolge la parte centrale del film) e di spazi aperti (strade e superstrade).
Di oscurità e luce.

È un film dove i protagonisti sono, almeno per una volta, gli stuntmen, che tanta fortuna hanno portato al cinema a stelle e strisce prima di essere quasi completamente rimpiazzati da pupazzi animati al computer (ed in questo è palese e dichiarata l’ammirazione di Tarantino per un cinema fatto da attori in carne ed ossa che sembra ormai in via d’estinzione…)

È un film divertito e divertente.

È un film che ripropone in maniera forse più cialtrona e bizzarra ma non meno palese uno dei temi chiave della filmografia tarantiniana: quello di una forza femminile capace di tenere testa con astuzia (Jackie Brown) o ferocia (Kill Bill) ad un universo maschile solo apparentemente dominante.

È un film, soprattutto, che rivendica la forza e l’autonomia del cinema quale spettacolo che non può essere surrogato né da forme di narrazione diluite (come i telefilm) né da visioni domestiche che per quanto tecnologicamente sviluppate (DVD, HD DVD e via dicendo…) non saranno mai in grado di sostituire la magia del grande schermo.
Pensate per un momento a quanto il gioco della pellicola sporca, dall’audio graffiato e del bianco e nero non voluto all’inizio della seconda parte perda in un’eventuale visione casalinga su uno schermo tv (anche se a 42 e passa pollici..).

Insomma Death Proof è CINEMA, nel senso più puro del termine.

Con buona pace del moribondo e permaloso cinema italiano.

E dei tanti criticuzzi italici che hanno liquidato questa pellicola come uno scherzo di un autore che non ha più nulla da dire.

31.5.07

Un polpettone indigesto.


Lungo.
Confusionario.
Senza pathos.
Interminabile.
Ironia da gelo.
Recitato maluccio.
Estenuante.
Senza né capo né coda.
Johnny Depp parodia della parodia di se stesso.
A tratti incomprensibile.
Senza ritmo.
Lungo.
Lungo.
Lungo.
Troppo lungo.

Di cosa sto parlando?
Del film che vedete qui sotto


Ah, se non fosse ancora chiaro, non l'ho apprezzato granché...

29.5.07

I'm with Quentin Tarantino.




In attesa di poter vedere anche qui in Italia l'ormai imminente Death Proof, divampa online e sui quotidiani la polemica dopo l'intervista rilasciata da Quentin Tarantino, in cui il regista di Pulp Fiction spara a zero sulle pelicole italiane degli ultimi anni.

"I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia".

Questa le parole incriminate che hanno suscitato le reazioni più forti, come quella di Marco Bellocchio che potete leggere qui.

Io personalmente, non posso che essere d'accordo con Quentin, soprattutto quando rimpiange il cinema italiano degli anni '70 ed '80.

Era un cinema caciarone, volgare, scollacciato quanto volete, ma era anche un cinema colorato, pieno di idee, di volti indimenticabili, di soluzioni visive originali, di colonne sonore eccezionali.

Era, soprattutto, un cinema che offriva una grande ricchezza di generi: dalla commedia sexy, al "poliziottesco", passando per il thriller, l'horror ed il western.
Di tutto questo, nella cinematografia italiana contemporanea rimane davvero poco.
O niente.

Abbiamo perso la capacità di produrre pellicole "di genere".
A meno che per generi non si intendano il "genere Muccino" (famiglia e/o coppia in crisi e relative conseguenze), il "genere Moccia" (tipo ho voglia di te di me o di altro...) o quello più diffuso, il "genere depression" (uno qualunque dei film interpretati da Lo Cascio o diretti da Ozpetek).

Insomma, il panorama è desolante ed è un grave errore liquidare, come fa Bellocchio, le riflessioni di Tarantino come sbagliate perché provenienti da una persona che non ha visto "tutto" il cinema italiano degli ultimi anni.

Sì, è vero, Tarantino non avrà visto proprio tutti i film italiani (anche se un onnivoro come lui ne avrà guardati un bel pò...) e ci sono sicuramente delle eccezioni.

Però sono eccezioni che non fanno altro che confermare la regola.

Che è quella descritta senza tanti giri di parole da Quentin.

28.5.07

Vieni avanti, Lino!


Ho scoperto casualmente l'esistenza del blog del mitico Lino Banfi.
E' davvero interessante: ci trovate un sacco di aneddoti personali del buon Lino sui suoi incontri con altri grandi artisti come Totò e Franco & Ciccio e, soprattutto, aggiornamenti continui sull'attesissimo sequel de "L'allenatore nel pallone".
Per visitarlo cliccate qui.

23.5.07

Dopo Rocky Balboa...

..beccatevi anche il ritorno di John Rambo!
Con uno Sly sempre più imbolsito e "gommoso"...

21.5.07

Inquietante.


C'era molto curiosità in rete per il look del Joker nel sequel di Batman Begins che uscirà nell'estate 2008.
Questa è la prima foto ufficiale che ritrae Heath Ledger nelle vesti dell'arci-nemico di Batman.
Che dire?
Il risultato sembra piuttosto diverso dal Joker fumettistico, ma anche decisamente inquietante e lontano anni luce dalla versione caciarona e cialtronesca del Joker interpretato da Jagk Nicholson nel Batman di Tim Burton.
Staremo a vedere...

12.5.07

Provaci ancora, Rob!

“La Casa dei 1000 Corpi” era una sorta di rivisitazione di “Non Aprite quella Porta” girata con uno stile allucinato e calata in un’atmosfera malata e disturbante.

Il sequel, “La Casa del Diavolo”, partiva da premesse analoghe per liberarsi presto dalle tematiche horror e diventare un road-movie saturo di raggelante pessimismo e, al tempo stesso, una sorprendente ode alla libertà ed alla fuga.
Per me, uno dei migliori film degli ultimi anni.

Adesso, dallo stesso regista e sceneggiatore, Rob Zombie, sta per arrivare questa nuova versione di “Halloween” che dovrebbe spazzare via anni di sequels imbarazzanti e ritornare alle radici del personaggio protagonista, lo psicopatico Michael Myers.

Sono molto fiducioso e credo sia stato scelto l’unico autore in grado di rivitalizzare questa serie facendola tornare ai livelli del capitolo iniziale firmato John Carpenter.

Speriamo soprattutto che nel film torni a recitare, come nelle due precedenti pellicole, anche la moglie del regista, Sheri Moon Zombie…


6.5.07

...e TRE!



Dopo aver dato uno sguardo in giro ad un po’ di recensioni del nuovo capitolo della saga cinematografica dedicata all’arrampicamuri, posso dire che la maggior parte delle critiche mosse al film vertono su questi tre punti:

1. “Nel film c’è troppa roba”. “Succedono troppe cose”. “Raimi ha messo troppa carne al fuoco”.
Forse è vero: tre nemici sono tanti, due storie d’amore anche e di certo le due ore e mezza di film lasciano lo spettatore sazio come chi si alza dalla tavola dopo aver preso parte ad un pranzo natalizio particolarmente abbondante...
Ma avete visto il numero affianco alla scritta “Spider-Man” sui manifesti?
È un “3” e sapete cosa significa?
Che, per forza di cose, il terzo capitolo dev’essere più grande, più grosso dei primi due.
Ci dev’essere più azione, più sentimento, più effetti speciali.
Un solo nemico non può mica bastare (ed a questo punto meglio abbondare e piazzarne tre anche per restare in tema col titolo).
In altre parole, tutto dev’essere più.
È una legge di Hollywood che governa tutti i sequels e, giusta o sbagliata che sia, non può pensarsi che non debba valere anche per Spider Man.

2. “La sceneggiatura presenta dei salti logici”. “Alcune scelte dei personaggi non sono psicologicamente comprensibili”.
Sì, qualcosa che non fila perfettamente c’è, ma… ragazzi, stiamo parlando di un film dove un uomo in tutina rosso-blu (o nera) volteggia per le strade di New York grazie a ragnatele che gli escono dalle vene, vi pare che sia un film dove conta la verosimiglianza logica?

3. “Tobey Maguire è inespressivo”. “Tobey Maguire è incapace”. “Tobey Maguire è antipatico”.
Tobey Maguire inespressivo, incapace e perfino antipatico?
Beh… su questo punto non posso che concordare.
E alla grande.
Spero vivamente che alla Sony, se metteranno in cantiere un quarto capitolo (ipotesi piuttosto probabile), decideranno una volta per tutte di sbarazzarsi di quest’attore, rimpiazzandolo con qualcun altro.

Quindi, in conclusione, andate a vederlo e prendetelo per quello che è: un pop-corn movie che non sfigura di fronte ai primi due capitoli.
Anzi, possibilmente, guardatelo sgranocchiando pop-corn da una di quelle mega confezioni formato famiglia e sorseggiando Coca-Cola alla spina formato maxi cercando di fare più rumore possibile.
Vedrete che la visione acquisterà ancora più gusto…

28.4.07

Né carne Né pesce.




Il sole sta morendo.
Otto astronauti a bordo della navicella spaziale "Icarus II" (un nome che è tutto un programma...) devono portare a termine una missione impossibile: avvicinarsi al sole e sganciare un ordigno che, esplodendo, darebbe vita ad un nuovo sole.
La precedente missione, affidata all'Icarus I, è fallita ed il relativo equipaggio è scomparso senza lasciare traccia.
L'Icarus II è l'ultima speranza dell'umanità.

Detta così sembrerebbe una sorta di Armageddon, ma non è così.
Le riprese dall'esterno delle navi spaziali rimandano a 2001 Odissea nello spazio.
Il clima claustrofobico all'interno dell'Icarus II ricorda Alien.
Le svolte nella sceneggiatura con progressiva uccisione dei vari membri dell'equipaggio è più simile ad uno di quegli horror di ultima generazione alla Scream dove devi indovinare chi arriverà alla fine.

Ed il limite principale del film è proprio questo.
Parte lento con rimandi alla fantascienza "pura" delle pellicole citate.
Poi accelera e si trasforma in un horror.
Per arrivare ad un finale cataclismatico e pseudo-ecologista.

Non è un brutto film, ma il suo limite principale è questo: nella ricerca di un equilibrio tra fantascienza psicologica ed horror non riesce ad essere né un buon esempio di film del primo tipo né del secondo.

Ed è un peccato.

Perché è triste, ma ogni volta che dobbiamo indicare un gran film di fantascienza siamo costretti a tornare con la memoria indietro di venti e passa anni e citare sempre gli stessi film.

Perché alcune trovate nel film non sono male, su tutte la poetica del sole e certe soluzioni di regia e montaggio inusuali per un film di questo genere.

Perché è sicuramente più riuscito di tanti film di fantascienza degli ultimi anni (ricordate "Sfera" e "Mission to Mars"? No? Meglio...), ma non tanto da poter stare affianco dei capisaldi del genere.

Probabilmente il problema di fondo di questo come di tanti film degli ultimi anni è sempre lo stesso: le sceneggiature originali non sono solide, ma piene di buchi narrativi e, soprattutto, incerte e zoppicanti sulla direzione da far seguire alla storia che si vuole raccontare.

E così anche questo "Sunshine" nel voler raccontare troppo e nel voler ambire a competere con classici finisce, proprio come l'Icaro della mitologia, col bruciarsi.