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5.5.07

Continuavano a chiamarlo Uomo Paggio.


- Sì, mi ricordo di lui. – Gigi Fregni socchiude gli occhi mentre risponde alla mia domanda. Per un attimo sembra assentarsi completamente, come se l’aver soltanto evocato quel nome avesse riportato alla luce chissà quali terribili ricordi.
- Eccome, se non mi ricordo di lui. – Sono sulle tracce dell’Uomo Paggio. È da un bel po’ che cerco di incontrarlo, ma trovarlo è diventato improvvisamente difficilissimo. E così ho intrapreso una ricerca cominciando dalle prime persone che hanno avuto a che fare con lui fino ad arrivare a Fregni. È l’ultimo ad aver incontrato l’Uomo Paggio prima della sua misteriosa scomparsa e mi chiedo se non sia stato proprio il loro incontro la vera causa dell’improvviso gesto del Paggio.
- Un caso disperato. – Sospira. – Un caso davvero disperato. – Scuote la testa. Forse non tutti sanno che il cinquantaduenne Fregni è stato uno dei pensatori più importanti degli ultimi anni, teorico di un movimento maschilista tornato alla ribalta come reazione alla progressiva emancipazione femminile. E, se ancora non avete capito di chi si tratti, certamente avrete avuto modo di leggere alcuni dei best-sellers da lui firmati e tradotti in tutto il mondo. Vi dicono niente titoli come, “Tu cucini, tu lavi, tu stiri. Io penso”, “Come trasformare la vostra donna in una serva ubbidiente”? No? Allora vuol dire che siete nei guai…
- E’ venuto da me chiedendomi di liberarlo, di fare qualcosa per lui… io ci ho provato, ma… - Prosegue Fregni. – ma.. veda... non c’era più nulla che potessi fare. Era perso. Completamente.
Ricordo bene quell’incontro, iniziò più o meno così:

- Dottor Fregni, lei deve aiutarmi. Io cerco sempre di accontentare le donne che corteggio, faccio qualsiasi cosa per loro, ma non raggiungo mai nessun risultato. Anzi, finiscono sempre con l’approfittarsi della mia bontà, della mia generosità… Crede ci sia qualcosa di sbagliato in me? – Lo squadrai da capo e piedi. Ai piedi indossava delle scarpe azzurrine modello ballerina con micro-tacco di tre centimetri ed una punta che risaliva all’insù stile mille e una notte ma dei poveri. Le gambe erano strette in una calzamaglia che originariamente doveva essere bianca ma che con l’usura aveva acquistato un dubbio colorito tra il giallognolo ed il grigio-topo. Più su una blusa blu adornata di pietre finte tipo quelle che usano le bambine per fare le collanine quando hanno tre anni ed arricchita dalla presenza di un singolare colletto merlettato tranquillamente utilizzabile come centro-tavola. Come se non bastasse portava anche un ridicolo cappello da pittore indossato all’incontrario dal cui centro spuntava una lunga piuma di piccione morto (da almeno una decina d’anni…). Completavano il quadro desolante una serie di simpatici sonaglini collocati ai bordi del cappello che risuonavano molesti nell’aria ad ogni minimo movimento del Paggio. – Beh… direi che qualcosa nel look andrebbe cambiato… Magari vestirsi con qualcosa di più moderno, non siamo mica nel seicento?
- Ah, no? – Rispose il Paggio e l’assenza di ironia nella sua voce fece trasalire Fregni. – Ci è cascato, eh? – Chiese il Paggio, con l’aria di chi la sa lunga. – Non si preoccupi… lo so, lo so che non siamo nel seicento, ma… dottor Fregni, il punto è proprio questo: per me le donne sono come fiori, tanti petali profumati e luminosi da trattare coi guanti e lo spirito che deve animare chi le corteggia non può che essere quello degli antichi cavalieri. – Al suono di quelle parole Fregni cominciò ad accusare un lieve malore, forse era un principio di infarto, forse erano le budella che avevano preso a contorcersi nel vano tentativo di uscire fuori da quel corpo e di allontanarsi al più presto anche da quella stanza… - No! No! Ma lei è pazzo? – Provò a reagire Fregni - Cosa sta dicendo? Cosa sono queste eresie? Lei viene qui da me, che ho combattuto anni ed anni di battaglie per il ritorno alla sottomissione femminile, e vuole che io stia ascoltare queste sciocchezze? Mi faccia un favore, se ne vada!
- Dottore… ma io… sono qui per liberarmi, per avere un aiuto da lei, mi dica qualcosa, mi dia un consiglio, anche piccolo… - Fregni ci pensò su un attimo. Poi decise di dare un consiglio al Paggio. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di toglierselo dai piedi, lo voleva fuori da quella casa, non sia mai la sua giovane moglie avesse ascoltato o intravisto quell’uomo, chissà quali strane idee le sarebbero venute in mente… - Ricorda Paggio: c’è una cosa che non devi mai perdere, anche quando corteggi una donna…
- Cosa?
- La dignità!
- Cosa?
- LA DIGNITA’!!!
- Cooosa? – Furono quelle le ultime parole pronunciate dal Paggio in casa del Fregni prima che la suola della scarpa destra di quest’ultimo si stampasse sulla parte posteriore della calzamaglia dell’Uomo Paggio, più o meno all’altezza del deretano, rendendola ancora più grigia.

- E’ così che è andata.
- La ringrazio, dottor Fregni, il suo intervento è stato prezioso per la mia ricerca.
- Di niente, si figuri. Ora però… se non le dispiace, dovrei tornare ai miei studi.
- Assolutamente.
- Aspetti, la faccio accompagnare da mia moglie.
- No, lasci stare, faccio da solo…
- Ma quale solo e solo! Mia moglie vive per servire. Me e i miei ospiti! Ora la chiamo. – Fregni tirò fuori dalla tasca un campanellino, lo agitò nell’aria, facendolo risuonare nell’aria e prese a fissare con attenzione il quadrante dell’orologio che portava al polso sinistro. Non passarono molti secondi che da una delle porte dell’enorme salone fece il suo ingresso una donna, di una ventina d’anni più giovane del Fregni, molto piacente. Bionda, alta, bella. Aveva tutte le curve al posto giusto. Ma la cosa più strana era l’abbigliamento: la donna indossava un vestitino nero da servetta, con tanto di guanti bianchi e nastrino dello stesso colore a cingerle la chioma fluente.
- Ci hai messo troppo. – Le disse Fregni con tono severo. - Venti secondi sono troppi.
- Ma… dottore io… - Provò la poverina a discolparsi.
- Niente ma. Devi essere più svelta. Perché credi che abbia scelto di rimpiazzare quella vecchia babbiona della mia ex moglie con te?
- Magari perché…
- Sì, vabbé… anche per quei motivi lì… ma comunque devi essere più veloce. Ora comunque vai… Accompagna il signore alla porta, poi discuteremo della tua punizione. – Mi alzai e seguii la povera donna fino all’ingresso. Questa, arrivata all’ingresso, aprii la porta e mi fece segno di uscire. Prima di andarmene, però, non potei fare a meno di rivolgere una domanda alla sventurate serva… ehm moglie di Fregni – Mi scusi, signora, ma… suo marito la tratta sempre così?
- …No. Non proprio sempre... - Nei suoi occhi scuri vidi accendersi una luce particolare. - …Fa così specialmente quando ci sono gli ospiti… – E sorrise, lasciando che quel sorriso scomparisse dietro la porta che si chiudeva completamente alle mie spalle.
Rimasi fermo sull’uscio, perplesso, convinto che in quel quadretto ci fosse qualcosa che mi stava sfuggendo.
Non so se sia stato lo shock per il terribile racconto di quell’incontro tra Fegni e l’Uomo Paggio, o l’emozione per avere conosciuto di persona un così grande uomo, o, ed è forse l’ipotesi più probabile, lo sconquassamento provocato dalla vista della signora Fregni, eppure mi parve di sentire che, dietro la porta chiusa alle mie spalle, una vivace discussione tra i coniugi Fregni stava avendo luogo.
- Stavolta hai davvero esagerato! – Gridava ad alta voce la signora Fregni.
- Ma io…
- Questa pantomima per il tuo pubblico deve finire!
- Ma… Monica, perdonami… io.
- Non ho voglia di parlare con te! Ora vado in camera a togliermi questo ridicolo vestitino ed a rivestirmi.
- … … …
- Ah, dimenticavo… Il tuo grembiule è in soggiorno. Ora va’ e mettiti al lavorare che a causa di quell’inutile giornalista hai perso tempo… C’hai ancora la cucina e i bagni da ramazzare.
- Ma Monica.. io…
- Forza, vai! Non ti ha insegnato niente quel magnifico uomo che venne a trovarci qualche di tempo fa? Com’è che si chiamava… Piggio? Poggio?
- P-Paggio… si chiamava Uomo Paggio.

22.3.07

L'ultima volta (III).


Sulla seconda carta era disegnato un cuore stilizzato, trafitto dalla punta di una lancia. – Molto bene… pare che anche in amore non se la passi tanto male, eh? – Disse il mago, lanciando un’occhiata a Visconti. Questi ebbe un attimo di esitazione, prima di rispondere. Lo sguardo malizioso di quel truffatore gli dava fastidio. Era allusivo. Era lo sguardo di chi aveva appena finito di fare visita alla sua intimità. Sua e di sua moglie. – Le cose vanno bene. Non posso proprio lamentarmi… - Tagliò corto Visconti, col solito sorriso sulle labbra, lasciando che il mago intravedesse appena quel che c’era tra lui e Christine senza saziarne la fame di curiosità.
- Mi fa piacere per lei. – Disse il Professore. – D’altronde se le cose non andassero così bene non credo che sarebbe in arrivo un altro marmocchio oltre ai due che già ha… - Visconti sobbalzò. Non poteva credere che il mago avesse indovinato anche che la moglie era in dolce attesa. - Cosa ne sa lei che mia moglie aspetta un figlio? – Chiese stizzito.
- Lo vede? Lei non ha fiducia in me, nelle mie capacità. Eppure sono certo avrà modo di ricredersi… - Sorrise il mago, passandosi la lingua tra le labbra, con un gesto che già aveva compiuto in precedenza, quando aveva fatto apprezzamenti sulla sua vita sentimentale. Era un gesto che Visconti non sopportava. Lo metteva a disagio. - Era stata una grossa sciocchezza andare a parlare con quel grasso figlio di puttana. Era giunto il momento di rimediare, uscendo da quella tenda. - Pensò. - Ha finito? - Chiese stizzito al mago - È un po’ che sono qui, e vorrei andarmene.
- No, signor Visconti, non abbiamo ancora finito. Le carte da leggere sono tre. Ce n’è ancora un’altra. E poi potrà tornare dalla sua famiglia.
- …ok. Però faccia presto. Dobbiamo rientrare a Roma. Abbiamo l’aereo stasera.
- Non si preoccupi, ho quasi finito. E poi potrà tornare da sua moglie… – Di nuovo quel sorriso viscido. Voleva fargli perdere le staffe, ma non sarebbe cascato nella trappola, avrebbe mantenuto la calma. - Pensò l’inglese.
Il mago mischiò le carte rimaste. Spaccò in due il mazzo prima di dargli un’altra mischiata. Dispose le carte in lungo sul tavolino, a formare una striscia orizzontale, ancora coperte. Vibrò le mani nell’aria, un po’ più su delle carte. Chiuse gli occhi. Allungò la mano sinistra prima su di una carta riposta sul lato destro del tavolino, poi su di una dal lato opposto. Infine, con un cambio repentino, ne sollevò una posta al centro. La scoprì e, contemporaneamente, riaprì gli occhi. Visconti non stava fissando né le carte, né le mani del mago. Ma le sue palpebre. Aspettava che queste si sollevassero per rivelarne lo sguardo. Tutto si poteva dire, ma non che quel truffatore di Obada non avesse doti teatrali. – Pensò Visconti. - Dallo sguardo avrebbe sicuramente capito se la carta era buona o no.
Purtroppo non lo era.
Lo dicevano gli occhi del mago, che avevano fatto un balzo in avanti per poter poi a fatica fare rientro tra le orbite, quasi come fosse uno dei protagonisti di quei cartoni animati tipo Willy il coyote.
Aveva un futuro come attore, il mago. Non aveva dubbi Visconti. O forse lo pensava solo per calmarsi, per tranquillizzarsi, perché la vista della carta scoperta gli aveva provocato uno sgradevole brivido lungo la schiena.
Vi era raffigurato uno scheletro giallo, che impugnava una lunga falce. Ai suoi piedi due teste ancora sanguinanti dovevano essere il frutto di quella macabra mietitura.
- C-cosa… cos’è è quel disegno? C-cosa… cosa vuol dire? È uno scherzo, non è vero? Dev’essere quel suo dannato senso dell’umorismo! – Chiese Visconti, che aveva completamente perso la calma che lo aveva accompagnato fin dal suo ingresso nella tenda del “grande” Obada.
- …Mi dispiace, signor Visconti. Mi creda… vorrei non essere io a doverglielo dire, ma… a quanto pare ricchezza e amore reclameranno un prezzo molto alto.
- Cosa diavolo sta dicendo? La smetta di parlare per enigmi! È la morte quella lì sulla carta, vero? Chi colpirà? – Il Professore chiuse gli occhi, si stava concentrando per individuare chi tra i familiari di Visconti avrebbe ricevuto la visita dell’oscura mietitrice. Passarono alcuni secondi, che a Visconti parvero non finire mai. Purtroppo l’iniziale scetticismo stava soccombendo alle suggestioni provocate dall’efficace messa in scena del mago - … Mi dispiace molto, davvero signor Visconti, ma… preferisco non rivelarle quanto ho appena visto.
- Come? Ha fatto tutto questo casino e non mi vuole dire cosa ha visto?! No! Non è possibile! Ora deve dirmi tutto! – Gridò l’inglese, ormai un’altra persona rispetto al pacato gentiluomo che si era presentato al mago solo pochi minuti prima.
- I suoi familiare. Li ho visti morire. Tutti. Ho visto i crani fracassati dei suoi due figli lungo un marciapiede, le biciclette capovolte, le ruote che ancora giravano. Ho visto sua moglie morire tra interminabili grida di dolore mentre dava alla luce il suo ultimo figlio. Poi ho visto lei, i suoi occhi spalancarsi e perdere ogni luce quando ha trovato il suo ultimogenito riverso nella culla, il viso violaceo, il collo sottile strozzato dalle lenzuola.
- … …non può essere! Lei sta mentendo! Vuole soltanto rovinarmi la giornata! Lei è un delinquente! Evidentemente è così che si diverte… Dovrebb’essere arrestato! Appena fuori di qui la denuncerò! - Fece per allontanarsi Visconti. Non voleva sapere più nulla. Non gli interessava altro che fuggire da lì. Improvvisamente lo aveva preso un bisogno urgente di riabbracciare Christine, di stringere forte Sandra e Thomas, di sentire il nascituro scalciare nel ventre di sua moglie. – Aspetti un attimo, Visconti! Si fermi! C’è un’ultima cosa che devo dirle! – Gridò il mago, cercando di fermarlo, inutilmente. – Malgrado tutto, lei è un uomo fortunato. Moriranno tutti. Tranne lei. Resterà solo, ma vivo.
- Resterà solo, ma vivo. Ora ricordo bene. Furono queste le ultime parole che le dissi, mentre scompariva dalla mia visuale, senza pagare, tra l’altro… - Disse Juarez sorridendo maliziosamente. In fondo, la visita dell’inglese poteva presentare degli aspetti positivi. Oltre ai soldi per aver perso tempo ad ascoltare quell’inutile storia, ora che si era ricordato del loro primo incontro, avrebbe anche potuto chiedergli l’onorario per la premonizione di tanti anni prima. Con tanto di sovrapprezzo per interessi e svalutazione… - Beh, ora che ci siamo ricordati del passato, vuol essere così gentile da dirmi cos’è venuto a fare qui? Si sta facendo tardi e vorrei chiudere lo studio. Devo tornare a casa. C’è mio figlio che mi aspetta.
- Vuol sapere perché sono qui? Per farle i complimenti.
- … … …
- Lei è davvero un grande vidente, come dicono qui. Se l’è proprio meritato, quel titolo di professore…
- … … …
- E sa perché? Perché… io non so come diavolo abbia fatto, ma… c’ha preso in pieno. Christine. I miei due figli, Sandra e Thomas. Anche il più piccolo, Scott… erano passati appena tre mesi dalla sua nascita... – Si fermò, Visconti, come se soltanto pronunciare i nomi dei suoi familiari gli avesse portato via la capacità di completare le frasi.
- Io…
- …sono morti. Tutti. E proprio con le modalità che aveva descritto quella maledetta domenica.
- Io… mi dispiace molto per i suoi familiari… e per lei… ma… guardi… voglio rivelarle un segreto…
- Tutti.
- ... le mie previsioni, la lettura delle carte, sono tutte cazzate. Sceneggiate provate e riprovate davanti allo specchio solo per spillare soldi a creduloni come lei. Il mondo è pieno di gente capace di credere a qualsiasi stronzata io dica.
- Tutti.
- Non crederà che abbia realmente indovinato? È successo per caso. È stato il caso. Solo uno stupido scherzo del destino… - Fece per alzarsi, Juarez. Voleva tagliare corto con quell’inglese svitato ed andarsene da lì.
- Si calmi… - Lo fermò Visconti - …professor Juarez. E non abbia fretta di andarsene. - Il tempo di completare la frase ed una 21 Bobcat calibro 22LR era apparsa nella mano destra di Visconti. Juarez strabuzzò gli occhi. Non era neanche riuscito a vedere l’inglese estrarre l’arma. - Cerchi di calmarsi, Visconti. Io non ho fatto niente. Le mie previsioni erano tutte inventate. È stato solo un caso scherzo. Una terribile causalità.
- Stia zitto! - Gli intimò Visconti continuando a puntargli addosso l’arma.
- … … …
Sa qual è il problema quando si ha a che fare con una persona che ha perso tutto?
- … … …
- Che non c’è più niente che puoi portargli via.
- La prego… si calmi. La capisco. Qualunque persona al suo posto avrebbe perso la testa. Ma deve calmarsi. La pagherò. Le darò tutto quello che ho. Ma… la prego, mi faccia tornare a casa. Mio figlio mi aspetta.
- Lei sta fraintendendo. Io non sono pazzo. E non voglio i suoi soldi. E quanto a suo figlio… non si preoccupi, Makon può aspettare. Mi creda… ha tutto il tempo del mondo, per aspettarla.
- Come conosce il nome di mio figlio? Come fa a sapere di lui?
- Non mi pare di averle dato il permesso di parlare. - Disse Visconti, la calibro 22 ancora puntata contro la fronte del mago.
- … … …
- Sa qual’è la cosa più terribile, quando perdi qualcuno di caro, eh?
- …
- Che non puoi mai sapere quando sarà l’ultima volta.
- … … …
- Mi capisci, mago? Non nel senso di “l’ultima volta che ho visto il mio amico Bob è stato tre mesi fa. O l’ultima volta che ho visto un film memorabile, che ho ascoltato una buona canzone”. Capisci cosa intendo?
- … … …
- Intendo dire l’ultima. L’ultima.
- … … …
- Nel senso che non ce ne saranno altre. Mai più. Non riabbraccerai più tua moglie, non vedrai più il sorriso dei tuoi figli. Capisci, mago?
- Ah… sì… ora capisco. Ma non vedo cosa c’entra con quello che le avevo chiesto. Le ho chiesto di mio figlio, che ne sa che ho un figlio? Che si chiama Makon?
- Sai… è proprio un ragazzino simpatico, educato, gentile. Non ha preso proprio nulla da te…
- Come…
- … sai qual è stata l’ultima volta che hai visto tuo figlio, Juarez?
- Cosa?! Cosa stai dicendo?
- Hai capito bene, fottuto stregone. Ed intendo dire l’ultima.
- … … …
- Tu non lo puoi sapere. Non ancora. Ma io sì. E’ stata stamattina. Te n’eri andato da poco. Avevi salutato tuo figlio con il solito bacio sulla fronte. Sai… a casa sembri quasi una persona perbene. Stava facendo colazione, davanti alla tv, quando mi ha visto, mi ha salutato con la manina, ha chiesto chi fossi. – Un amico di papà. - Gli ho detto.- Soltanto un amico di papà. - Gli ho risposto, mentre la lama gli attraversava la gola da una parte all’altra. È morto sul colpo. Non ha sofferto.
- Nooooo! Non può essere vero! – Si alzò in piedi, il mago, cercando di afferrare l’inglese per la camicia, ma la vista ravvicinata della canna dell’arma impugnata da Visconti lo fece desistere dall’intenzione. - Figlio di puttana! Stai mentendo! – Gridò Juarez, allungando la mano sul telefono e componendo freneticamente il numero di casa.
- Mi spiace molto per Makon. Però, in fondo… malgrado tutto… - Visconti si alzò dalla sedia. - …sei un uomo fortunato. Resterai vivo. Solo ma vivo. - Aprì la porta e, con la stessa calma con cui aveva fatto ingresso nello studio del professore, ne uscì.
Mentre Juarez rimase immobile, a fissare il vuoto, la cornetta del telefono vicino all’orecchio destro, ad aspettare che risuonasse una voce che non avrebbe più ascoltato.

15.1.07

L'ultima volta (II).


- Allora, mi dica signor…
- Visconti. Peter Visconti.
- … Visconti. In cosa posso esserle utile? Vuole una lettura delle carte in generale? Desidera che mi soffermi sulle solite cose che mi chiedono tutti, tipo lavoro, salute, amore? Sesso? O è qui perché le chiarisca qualcosa su eventi futuri specifici? Del tipo “guardi un po’ se la tresca con la mia segretaria verrà scoperta, se otterrò quella benedetta promozione, se mi conviene gettar via un altro po’ di soldi su quel dannato cavallo che mi ha già portato alla soglia della bancarotta…”
Erano seduti l’uno di fronte all’altro, Peter Visconti e Obada Monda Laranga, meglio conosciuto col nome d’arte di Professor Juarez. Il primo, fisico asciutto, capelli sale e pepe, il volto bruciato dal sole che doveva averlo inseguito per tutta la vita, tracciando sulla fronte linee che lo facevano apparire ben più vecchio dei suoi quarantadue anni. Anche seduto manteneva la postura elegante che il Professore aveva notato appena fatto ingresso nello studio. La gamba destra appoggiata sulla sinistra. La schiena dritta. Gli occhi azzurri a sostenere lo sguardo fiero. Il secondo, fisico tutt’altro che asciutto, con una pancia che si sforzava a tentare di nascondere tra le pieghe di una sahariana viola, sotto un vestito gessato che chissà quante migliaia di euro era costato e che tuttavia non riusciva a conferirgli l’eleganza e lo stile che avrebbe desiderato possedere ma che nessuno dei suoi ostentati acquisti gli avrebbe consentito di conseguire. Così, malgrado il gessato scuro su misura Dolce & Gabbana, i mocassini Gucci ed il vistoso Rolex dorato al polso, il Professor Juarez non possedeva neanche un po’ dello stile del suo interlocutore: nulla da fare. Gli abiti non gli evitavano di apparire così com’era: un uomo rozzo, volgare, col cranio rasato completamente e due occhi scuri decisamente sproporzionati per quel viso piccolo e tondeggiante, dal quale sembravano voler uscire ad ogni costo.
- Vede, Professore… non sono venuto fin qui per chiederle del futuro… - Peter Visconti stava per completare la frase quando Juarez, forse innervosito dall’atteggiamento troppo sicuro di sé dell’inglese e soprattutto (anche se non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura…) dalla classe che mostrava di possedere pur indossando abiti sicuramente più dozzinali dei suoi, lo interruppe. – Forse ha sbagliato posto. Non ha letto la targa sulla porta? C’è scritto “vidente”. Predire il futuro è il mio mestiere. – Pur avendo alzato volutamente il tono della voce, il mago non ottenne granché: Peter Visconti, ignorando l’interruzione, esattamente da dove si era fermato, riprese - … ma per parlarle del passato.
- Cosa? Mi spiace signor Visconti, ma non ho tempo da perdere, ho altri clienti che mi aspettano e proprio non mi interessa sapere del suo passato. Se vuole ho il nome di un buon strizzacervelli. Credo ne abbia bisogno. – Sbraitò il professore. Stava per sollevare la cornetta del telefono quando il signor Visconti gli allungò la mano destra sul braccio, impedendogli di proseguire. – E’ inutile che chiama la segretaria. Se n’è andata. E sa perché? Perché non c’è più nessuno in sala d’attesa. Sono io il suo ultimo cliente… della giornata. Gliel’ha ripetuto poco fa, all’interfono, non ricorda?
- … … … - Ricordava perfettamente, il Professore, ora, eppure la vista di quell’uomo lo aveva turbato, al punto da impedirgli per un attimo di avere la piena memoria di quanto gli aveva detto soltanto pochi minuti prima Paula, la sua segretaria. – Sì, ricordo, ma… ho altri appuntamenti… fuori sede, devo andare. E lasci stare il mio braccio.
- Non si preoccupi, professore, non le farò perdere molto tempo. – Disse Visconti, ritraendo la mano dal braccio del mago, che, come rassegnato, si acquietò. – Vede, sette anni fa mi trovavo in vacanza in Italia. Ero a Roma. Con la mia famiglia: mia moglie, Christine ed i miei due figli, Sandra e Thomas.
- … … …
- In realtà erano tre. Ma allora il terzo, Richard, doveva ancora nascere. Era nel grembo di mia moglie. Avevamo trascorso una settimana intensa, a visitare musei ed a perderci tra le antiche rovine e tutte le bellezze offerte da quella città senza tempo. La vacanza stava per finire. Dovevo tornare a Manchester. Ci restava un ultimo giorno. Decisi di portarli al mare. Così ci recammo alla spiaggia di Serapo. – Al suono di quel nome, lo sguardo di Juarez, fino a quel punto del racconto svagato e perso, si accese. Visconti sembrò non farci caso o, cosa assai più probabile, finse di non farci caso, proseguendo la narrazione. – Sa… mio padre era nato da quelle parti e, pur vivendo in Inghilterra, quando poteva mi portava lì a passare l’estate. Eravamo lì. In spiaggia: io, mia moglie e i miei figli, tutti presi a divertirsi un mondo entrando ed uscendo dall’acqua, quando la mia vista cadde su una tenda blu sita ai margini della spiaggia. C’era un gran via vai di gente, che entrava e usciva da quella tenda, se lo ricorda? - Sorrise. - Del resto, come potrebbe non ricordarlo? Era lei l’attrazione nascosta sotto quella tenda. – Il mago non rispose, fissando con aria interrogativa il suo interlocutore. – Preso dalla curiosità, decisi di andare a vedere di che si trattava. Fuori alla tenda c’era un cartello: tarocchi, lettura della mano, premonizioni, colloquio con i defunti. L’elenco completo delle sue specialità. Identico a quello che c’è qui sotto. Solo il suo nome è cambiato. Allora si faceva chiamare “il grande Obada”. Sempre stato modesto, vero? - Sorrise Visconti fissando negli occhi il Professore. - Così decisi di entrare, dopo aver fatto un po’ di fila sotto il sole, per chiederle di, come le chiama lei…
- … le solite cose che mi chiedono tutti, tipo lavoro, salute, amore? Sesso? O le interessa sapere di eventi futuri specifici? - Adesso ricordava perfettamente, Juarez. Ogni dettaglio. La tenda. Il sole di quel giorno, prematuro ed eccessivo come un orgasmo inatteso. La gente in fila a chiedergli delle cose più strane. Ed infine quell’uomo col quale aveva voluto ricorrere ad uno dei suoi trucchi preferiti. Quello che chiamava il gioco delle tre carte. Ricordava bene quell’uomo, anche se all’epoca non aveva neanche un capello grigio. Gli era stato antipatico a pelle: troppo sicuro di sé, troppo “inglese”, troppo elegante, anche se vestito solo di un costume da bagno a slip (sì, doveva essere stata proprio quell’eleganza sottile e per niente ostentata a mettergli la luna di traverso non appena gli si era parato davanti).
- Soldi. Ho in ballo un grosso affare, su a Manchester, e vorrei sapere se… dalle sue previsioni… risulta che andrà in porto. - Aveva risposto l’inglese in un italiano perfetto che aveva innervosito ancora di più il mago. - Come fa un fottuto figlio di puttana inglese in vacanza a parlare italiano meglio di me che in questo paese vivo da cinque anni? - Si era domandato tra sé e sé. Sì, probabilmente era stato l’italiano perfetto a farlo uscire definitivamente dai gangheri. Se lo era proprio meritato, il gioco delle tre carte, aveva pensato il mago. - E’ in grado di farlo? - Rilanciò Visconti, disegnando un sorriso di sfida.
- In grado? Lei non crede nelle mie qualità?
- Certo… certo che ci credo. - Rispose l’inglese, disegnando nuovamente quel sorriso che il mago era deciso a strappargli dal volto.
- Allora non faccia lo spiritoso. Stia zitto. E ascolti. - Mischiò le carte, le tenne nel palmo della mano sinistra col dorso rivolto verso l’alto. - Ora alzerò una carta. Ci rivelerà se il suo affare andrà in porto o meno. Prima però dovrà darmi dei dettagli. Mi dica qualcosa in più su questo affare oppure non funzionerà. - L’inglese era in difficoltà, stava mentendo ed il professore ne era consapevole - … beh… si tratta di… un’affare… un’affare… in… borsa. Ma non posso aggiungere altro. Sa… segreto professionale. – Di nuovo quel sorrisetto stampato sul volto. Ma sarebbe durato ancora per poco, pensò il mago. Scoprì la prima carta del mazzo, e nel farlo, ne fece rovesciare un’altra sul tavolo (doveva sembrare involontario, ma non lo era, aveva provato e riprovato quella mossa decine di volte, specie anni prima, agli inizi della sua carriera, quando racimolava qualche spicciolo leggendo le carte in Piazza S. Maria di Trastevere). Anch’essa scoperta. La prima raffigurava una donna nuda, i cui seni erano parzialmente coperti da un grosso sacco rovesciato all’ingiù. – Guardi qui. – Disse il Professore, rivolgendosi all’inglese ed indicandogli il sacco disegnato sulla carta. - Le vede?
- Cosa?
- Le monete. Scendono dal sacco.
- Soldi?
- Proprio così: soldi. Tanti. Come se piovesse. Non escludo che potrà nuotarci. - Sorrise Juarez. E sorrise anche Visconti, in maniera molto più profonda e sincera di quanto avesse fatto fino a quel momento. - Incominciava a crederci. - Pensò il mago. - Bene. Il gioco delle tre carte. Sarebbe stato ancora più divertente del solito.
(2-continua)

8.1.07

L'ultima volta.


Professor Juarez. Era così che si faceva chiamare sui biglietti da visita fatti distribuire per le strade di Madrid. “Professor” Juarez. Malgrado non avesse messo piede in alcun istituto scolastico da quando aveva compiuto otto anni. Professor Juarez - Gran Vidente Africano - questo il sottotitolo del biglietto da visita che indicava quale fosse la specialità nella quale vantava il prestigioso titolo. Affermava di essere in grado di predire il futuro con una precisione estrema: avrebbe persino potuto fare delle previsioni giorno per giorno, proprio come quelle dei metereologi. - Lunedì ti succederà questo martedì quest’altro giovedì quest’altro ancora e… ah! Come? Il mercoledì? No, non l’ho dimenticato. Credimi, amico, è meglio che tu lo scopra da solo... - a volte si divertiva a stuzzicare così la curiosità dei numerosi clienti in modo da scucire loro altri soldi. Infatti, la verità era che, malgrado vantasse studi di cartomanzia presso i migliori maghi del pianeta, non c’era nulla di vero in quello che diceva. Le sue previsioni erano tutte cazzate. Le inventava di sana pianta. Squadrava il malcapitato di turno dalla testa ai piedi, pensando nel frattempo al modo migliore per rovinargli la giornata. E poi sparava il pronostico. Nessuna visione. Nessun criterio divino ad ispirarlo. Anzi, a dirla tutta, un criterio c’era: la simpatia che suscitava in lui chi gli chiedeva previsioni. Se si trattava di una donna affascinante, magari con un bel paio di gambe in mostra, che accavallava proprio nel momento di massima concentrazione del Professore, ossia quando avvicinava l’indice ed il pollice della mano destra all’altezza della fronte, un po’ più in su del naso fingendo di essere in preda a chissà quali mistiche visioni, allora avrebbe predetto il più roseo dei futuri possibili: tutto sarebbe andato alla grande, dall’amore alla salute al lavoro al sesso passando anche per le sfide di sudoku e gli sviluppi delle soaps seguite in tv. Se invece gli si siedeva davanti, come accadeva in quel momento, un uomo occhialuto, smilzo, emaciato, vestito con abiti così larghi che il suo esile corpo avrebbe potuto nuotarci dentro, dalla fronte bombata e larga, come se per la forma del cranio chi lo aveva generato si fosse ispirato ad una piramide capovolta, allora il Professor Juarez diventava estremamente severo nei suoi pronostici. Di più, diventava feroce: prediceva al povero malcapitato sciagure di ogni tipo ed in ogni settore, dalla tavoletta del cesso perennemente rotta alla morte prematura di familiari inclusi cani gatti canarini e pesci rossi passando per altre amenità standard come tradimenti della moglie con il migliore amico e licenziamenti improvvisi. Se poi, come in questo caso, il poveraccio gli rivelava di non avere moglie, né tanto meno figli ed anzi di essere alla disperata ricerca della prima per poter un domani concepire anche i secondi, allora il Professore si esibiva in uno dei suoi pezzi migliori: la finta.
Proprio così: la finta.
Scrutava l’uomo in viso, avvicinava le due solite dita alla fronte, chiudeva gli occhi ed iniziava a scuotere la testa in senso affermativo come a dire - Bene ok positivo ottimo - anzi, talvolta schiudeva le labbra appena un po’, quanto bastava per biascicare questi apprezzamenti. L’uomo che gli era seduto di fronte, allora, dopo aver accumulato una naturale tensione, cominciava a rilassarsi, asciugava il sudore dalla fronte sfruttando la lunga manica della giacca ed iniziava ad accennare ad un sorriso di soddisfazione. Purtroppo per lui, era un sorriso destinato a spezzarsi sul nascere, fermando le labbra come in preda ad una paresi: il Professor Juarez, come colto da improvvisa illuminazione, con un gesto perfettamente coordinato, che si divertiva a provare e riprovare più volte davanti allo specchio di casa, spalancava gli occhi, allargava le braccia, ciondolava con la sedia all’indietro e, contemporaneamente, incominciava a ruotare la testa da sinistra a destra disegnando una mezzaluna carica di presagi funesti. Certe volte aspettava che fosse il suo interlocutore, di nuovo irrigiditosi sulla sedia di fronte, a chiedergli cosa avesse visto. Altre volte, come in questo caso, preferiva sferrare subito il colpo - Mi spiace. Non vedo nulla di buono nel tuo futuro… Resterai solo. - In alcuni casi, però, lo sguardo perso e gonfio di tristezza del suo interlocutore lo spingeva ad un gesto di umana pietà. Come in questo caso. - Ne è sicuro? Non potrebbe guardare un po’ meglio quelle sue carte? La prego, io… credo molto in queste cose… nei suoi poteri divinatori. Un’amica mi ha consigliato di andare a consulto da lei. Le ha predetto eventi magnifici. - Gli chiese l’uomo-piramide con tono implorante.
- Come si chiamava? - Lo interruppe il mago.
- Chi?
- Come chi? La sua amica.
- Elisa. Guardi… forse se la ricorda - ed allungò una foto della donna al Professore. Che non impiegò molto tempo a ricordarsi della donna. - Una bomba. - Pensò il “vidente” - era così contenta delle sue previsioni, che gli aveva perfino chiesto di uscire. Lui, ovviamente non se l’era fatto ripetere una seconda volta e così erano finiti a letto insieme.
- Mi dispiace. - Disse il Professore, con un tono finto commosso anche quello preparatoad arte con metodi degni dell’actor’s studio. - Però… - forse spinto anche dalla benevolenza per la comune amica, fu colto da un gesto di pietà improvviso e raro, come abbiamo anticipato. - Però - disse - ho una notizia che mi auguro attenuerà il suo dolore. - L’uomo occhialuto, le mani sudaticce ripetutamente strofinate sulle gambe, come se quel gesto potesse liberare chissà quali energie positive, o più semplicemente per asciugarsi del sudore, il collo proteso in avanti, come se la piramide avesse improvvisamente iniziato ad oscillare (d’altronde come poteve restare immobile una piramide che ha la sua base nella punta?) muto ed ansimante ad attendere la risposta.
- Questo strazio non andrà avanti ancora per molto: le restano pochi mesi di vita. Ha un male incurabile. Mi spiace, ma, mi creda, nel suo caso non è poi così un male. - Disse sorridendo dentro di sé per aver dato al povero disgraziato il colpo di grazia. - L’uomo chinò il capo (evidentemente la piramide non era più in grado di reggersi), si alzò dalla sedia, si strinse nelle spalle e guardò il Professore. Ma forse “guardò” non è il verbo più adatto a descrivere quel che accadeva, gli occhi del povero malcapitato si erano ristretti fino a diventare così piccoli e vuoti, che dietro gli occhiali avresti giurato fossero rimaste solo le orbite. Fece per proferire qualche parola, ma senza riuscirvi. Voltò le spalle ed uscì dalla stanza.
Il mago attivò l’interfono per comunicare con Paula, la sua segretaria. - Chi c’è adesso?
- Un altro uomo. - Rispose Paula, dalla stanza accanto.
- Accidenti. Un poveraccio come quest’ultimo?
- No, non mi sembra. Ha un bell’aspetto.
- Ci penserò io a rovinarglielo.
- Potrebbe averlo già fatto in passato.
- Come?
- Dice di conoscerla.
- Qual’è il suo nome?
- Peter. Peter Visconti. Il nome non mi dice niente. E poi me lo ricorderei. Di clienti inglesi ne abbiamo pochissimi…
- Signore…
- Paula?
- Non credo sia inglese. Dall’aspetto direi… italiano o qualcosa del genere. E’ molto gentile, mi ha anche portato un cappuccino caldo. Mi ha raccontato di averla incontrata tanti anni fa. In Italia. Ha detto di essere qui per ringraziarla.
- Ringraziarmi? E di cosa?
- Di una sua previsione avverata. - Non aveva mai azzeccato una previsione, il Professor Juarez. Certo, poteva anche accadere, per un mero fatto statistico, che qualcuna delle sue strampalate predizioni si avverassero. Ma che qualcuno dall’Italia lo cercasse sino a Madrid per ringraziarlo, gli suonava proprio strano. Fottutamente strano.
- Sarà un mitomane. O mi avrà confuso con qualcun altro. - Non aveva mai azzeccato una previsione, il Professor Juarez.
- Vuole che lo faccia andare via? Guardi che è ben vestito, potrebb’essere un buon cliente… - Neanche per sbaglio.
- Ok. Fallo entrare. - Nemmeno una.
- Ok. Lo faccio accomodare. - Ed ora avrebbe scoperto quali conseguenze può provocare predire a caso degli eventi che poi si realizzano realmente.
- Entri pure, signor Visconti. - Risuonò nell’interfono la voce di Paula.
(1-continua)

31.12.06

Natale di testa, Natale di cuore. (Parte II)


Era la sera della vigilia di Natale, la più faticosa. Come sempre, da quando aveva incominciato a svolgere questo lavoro, prima come mero aiutante poi come riserva, infine come Santa Claus e come tale presidente della Natale S.P.A. Era nel suo ufficio a controllare che tutte le consegne fossero state effettuate. Gli gnomi inserivano nei PC i dati sulle consegne in tempo reale e lui, Santa Claus, seduto su di una comoda poltrona dietro un’immensa scrivania sovraccarica di scartoffie, controllava sul monitor che tutto procedesse per il meglio. Dallo stereo risuonavano le note di "Personal Jesus" nella versione di Johnny Cash. Amava Johnny Cash. E quella canzone in particolare. Suonò l’interfono. Si illuminò la casella dello gnomo Giuseppe, meglio noto col nomignolo di Don Peppe. - Claus. - Risuonò la voce roca di Don Peppe.
- Santa. Santa Claus. Quante volte devo dirti di chiamarmi con il mio nome e cognome? - Replicò il vecchio con tono stizzito.
- Ok. Santa… Abbiamo un problema. La consegna numero 42. - Santa Claus fece scorrere col mouse l’elenco delle consegne fino ad arrivare alla numero 42.
- … La vedo. Non è andata a buon fine. Strano, ho controllato pochi istanti fa ed il computer la segnalava verde. Ora è diventata rossa. Chi se ne occupava?
- Don Mario. Ho provato a contattarlo, ma il cellulare è irraggiungibile.
- … mmm. Chiama Don Gigi. Digli di andare lì.
- Ci ho già provato. E’ già andato via.
- … Allora vacci tu. Anzi… facciamo così, ci vado io. In fondo non è poi così lontano da casa mia.
- Se vuoi posso consegnare io il dono.
- No. No. Tu resta qui a controllare le ultime consegne e se c’è qualcosa consegna non riuscita provvedi a rimediare.
- Ok. Allora ti faccio salire il dono.
- A proposito, di cosa si tratta?
- E’ un barattolo in vetro.
- Un barattolo? Devo andare fin lì per un barattolino?
- Beh, veramente non è tanto piccolo. Abbiamo dovuto fabbricarlo apposta. Misura 33,5 x 33,5. Ha una sola apertura laterale, a scorrimento.
- 33,5 x 33,5?! Chissà che deve farci?
- Sarà per uno di quegli animali che vanno di moda adesso: iguana, serpente, tarantola...
- Mah! Sempre più strani, ‘sti giovani d’oggi… - Rispose Santa Claus, mentre si stropicciava gli occhi con l’indice ed il pollice destro.

L’appartamento era costeggiato da un balcone lungo, ma non molto profondo. Santa Claus fece accostare le renne e scese dalla slitta. Prese il pacco con la scatola in vetro, ed incominciò ad andare avanti ed indietro lungo il balcone cercando di individuare il punto migliore dal quale entrare. Dalle tre finestre non spuntava alcuna luce, dalle stanze non provenivano rumori. Doveva essere vuota in quel momento. Erano le 21.15. - Troppo presto per andare a dormire. - Claus si tranquillizzò. Preferiva che al momento della consegna non ci fosse nessuno. Meno gente c’era in giro per le case, minori erano le possibilità di beccarsi qualche botta in testa o qualche colpo di fucile nel peggiore dei casi.
Una delle persiane non era abbassata fino a terra. Un buon punto dal quale entrare, pensò Santa Claus. Dopo aver alzato di qualche centimetro l’imposta, riuscì ad entrare. Con la torcia illuminò la stanza. Un frigo. Un tavolo. Niente albero. D’altronde era difficile trovare un albero di natale in una cucina. Uscì dalla stanza e, sempre facendo luce con la torcia, si fece strada lungo il corridoio. Sulla destra un’altra stanza. La illuminò. In un angolo uno scrittoio. In un altro un letto singolo. Entrò, incuriosito. Doveva essere la stanza del ragazzino che aveva ordinato la scatola. Anche se appariva piuttosto anonima, per essere la stanza di un ragazzo: niente poster, uno scrittoio in un angolo, un letto scarno ed essenziale nell’altro, un armadio nell’altro ancora. La curiosità lo prese: si avvicinò allo scrittoio illuminandone la superficie con la torcia. Un blocco per appunti, macchiato da inchiostro rosso, un filo interdentale srotolato, alcuni ritagli di giornale. L’attenzione di Santa Claus cadde proprio su questi ultimi. Recavano titoli diversi, ma tutti avevano lo stesso oggetto: gli efferati omicidi del serial killer noto come il cacciatore di teste, che da un anno a questa parte terrorizzava la grande città. Claus, scosso da un brivid, si allontanò dallo scrittoio. Uscì dalla stanza per dirigersi verso un piccolo salone. Finalmente aveva trovato l’albero. Era di plastica. Guarnito con tre festoni contati e qualche sporadica pallina che sembrava capitata sui rami per puro caso. - Scarno, essenziale ed anche un po’ sinistro. - Pensò Santa Claus. Proprio come gli era apparsa la casa sin dal primo istante in cui vi aveva messo piede. Perciò lasciò il pacco sotto l’albero e si diresse verso la cucina. Aveva sete così decise di prendere qualcosa da bere dal frigo prima di lasciare l’appartamento. Era contrario ad approfittare dell’ospitalità delle famiglie cui faceva visita, però dai sondaggi che aveva fatto svolgere da una nota società di marketing era risultato che le famiglie gradivano molto che lasciasse nelle abitazioni dei segni concreti del suo passaggio. Lo rendeva molto più credibile agli occhi della gente. Molto più “vero” di qualunque spot o cronaca giornalistica.
Pertanto, anche in quella circostanza, pur desideroso di andarsene al più presto, si avvicinò al frigorifero in cucina e tirò verso di se lo sportello.

Il macabro spettacolo che si offrì ai suoi occhi avrebbe mozzato il fiato a chiunque, figurarsi ad uno come lui, che delle immagini sfavillanti grondanti affetto, dolcezza, gioia e serenità aveva fatto il suo marchio di fabbrica.

Nove barattoli di varia grandezza contenenti altrettante teste.

Tutte con gli occhi sbarrati a fissarlo.

Prima che potesse allontanarsi sentì qualcosa sfiorargli il collo, qualcosa di sottile, come un filo interdentale…

Provò a liberarsene.

Ma era troppo tardi. Con la stessa facilità con cui una decorazione magnetica si separa dalla superficie metallica alla quale è attaccata, la testa di Santa Claus lasciò il resto del corpo.

Gli occhi aperti.

Spalancati a fissare la sagoma di una De-Lorean che si allontana volando sotto un cielo macchiato di stelle.

30.12.06

Natale di testa, Natale di cuore.


Era stanco. Gli anni passavano, come per tutti, anche per lui e tutti quei natali trascorsi a consegnare doni in giro per il mondo cominciavano a farsi sentire. E poi, erano successe delle cose, accadimenti che lo avevano segnato. Come la chiusura della fabbrica di giocattoli, che tante soddisfazioni gli aveva dato in passato. Vedere tutti quei ragazzini gridare, strabuzzare gli occhi, dimenarsi davanti a schermi sempre più grandi e piatti, ciascuno con il proprio joypad in pugno, era uno spettacolo che proprio non riusciva a mandare giù. Poi c’era la questione della consegna dei doni: ormai erano ben poche le case dotate di camino e, soprattutto, era diventato sempre più difficile entrare negli appartamenti senza che qualche sistema di allarme emanasse ultrasuoni che contribuivano a renderlo ogni volta più sordo. Oppure senza che qualche svitato provasse ad eliminarlo fisicamente, scambiando lui, Santa Claus, per un topo d’appartamento.
Ma forse ciò che lo aveva deluso maggiormente negli ultimi anni era stato il comportamento di quello che un tempo era uno dei suoi più fidati e infaticabili assistenti: Giuseppe, detto “Don Peppe”. Negli ultimi tempi era diventato sempre più simile a lui, anche se in versione deforme. Portava la barba bianca, proprio come lui, i capelli incolti e bianchi, proprio come lui, un paio di occhiali stretti e spessi, proprio come i suoi. Ma era alto un terzo di Santa Claus. Quando erano in piedi, l’uno affianco all’altro, Don Peppe a malapena raggiungeva la cintura del suo datore di lavoro. Era sempre pronto a mettersi in mostra, Don Peppe. Ogni occasione era buona per farsi notare accanto a Santa Claus. Nelle foto, sulle riviste, persino nella pubblicità di una nota bibita aveva ottenuto un piccolo cammeo di pochi secondi, come conducente di un gigantesco camion tutto dipinto di rosso. Come faceva a condurre quel camion poi, data la sua statura, era davvero un mistero… Trafficava alle sue spalle, ne era sicuro, pronto a prenderne il posto alla sua morte. - Dio solo sa cosa sarebbe diventata la festa del Natale nelle mani di quel grottesco figuro! - pensava Santa Claus, ogni volta che gli acciacchi legati all’età lo colpivano con violenza costringendolo a pensare a quel funesto giorno in cui avrebbe cessato la sua attività. Per fortuna c’è Luigi, detto “Don Gigi” – provava allora a rassicurarsi. Don Gigi era il suo assistente più anziano. Il suo braccio destro, nonché vero amico. Sempre pronto a cercare i regali più introvabili e ad informarlo delle trame di Don Peppe, che spesso, con fare da navigato sindacalista, arringava tutti gli gnomi alle dipendenze della Natale S.P.A. per aizzarli nei suoi confronti, al solo scopo, neanche tanto celato, di veder accrescere la propria popolarità guadagnando titoli sui giornali e l’attenzione degli sponsor. Aveva un solo difetto, Don Gigi: le auto. Impazziva per le automobili, la velocità e tutto ciò che ruota intorno al mondo dei motori. E così, come ogni anno, con l’avvicinarsi del Natale, era costretto ad affrontare con il fido Don Gigi la solita discussione – Non se ne parla! – Esclamò Santa Claus.
- Ma Clo, ne avremmo tutti dei benefici! Le consegne sarebbero più veloci. Ci stancheremmo tutti di meno, TE compreso. – Insisteva Don Gigi.
- No. Sai che le renne sono importantissime. Sono un simbolo del Natale. Non possono essere sostituite da una volgare automobile, seppur volante. - Ribadì Santa Claus.
- Volgare? – Scattò in piedi Don Gigi, evidentemente ferito per l’aggettivo col quale era stata apostrofata l’auto in questione. – Ma è una De Lorean volante! Non un auto volante qualunque! E’ una poesia! Come fai a definirla volgare? – L’aveva presa sul personale, ma capì che insistere su questo punto non lo avrebbe aiutato più di tanto. Così provò un’altra strada. – E l’inquinamento? Ne vogliamo parlare? – Santa Claus rimase in silenzio e divenne dubbioso. Bene. Forse aveva toccato il tasto giusto… - Il modello che ho opzionato si alimenta con i rifiuti, e non inquina per niente, vuoi mettere con i quintali di merda che quelle renne spargono per le città di tutto il mondo? – Aveva fatto centro. Poteva vederlo negli occhi socchiusi e pensierosi del vecchio. Forse era davvero riuscito a convincerlo.
- … Ok. - Disse Santa Claus. - Fai preparare un bel preventivo. Così poi lo leg…
- Già fatto. – Lo interruppe Don Gigi.
- … Non mi piacciono le iniziative personali, lo sai. Già c’è Don Peppe, che ne prende anche troppe… Non è il caso che ti metta anche tu a fare questi capricci. - Disse Santa Claus, con voce ferma. - Comunque ne riparliamo l’anno prossimo. - Volle dare al suo fidato aiutante una speranza: in fondo l’idea, per quanto gli mettesse molta tristezza, non era priva di risvolti positivi.
- L’anno prossimo? Ogni anno mi dici questo. Ogni anno la stessa risposta. - Replicò piccato Don Gigi.
- Prometto che l’anno prossimo ordineremo un bel po’ di queste macchine. Anzi, faremo un test in qualche piccola città, per vedere la reazione del pubblico. Che ne dici?
- Può essere una buona idea… - Rispose Don Gigi, con gli occhi bassi a fissare gli stivali di Santa Claus. Non credeva molto alla promessa, ma pensò che fosse inutile continuare a discuterne. - Sì, mi pare proprio una buona idea. - Alzò la testa e sorrise al vecchio.
(1-continua)