
Ammettiamolo: vedere e rivedere Maradona che ai mondiali dell’86 attraversa l’intero campo di calcio e segna un gran gol dopo aver dribblato tutta la squadra avversaria, oltre che essere un grandissimo spettacolo per gli occhi, ti trasmette una sensazione straordinaria.
Perché quel gol è la realizzazione materiale, la prova vivente, l’incarnazione dell’idea che un individuo, da SOLO, possa battere tutti gli altri.
Immaginiamo un azione di basket in cui solo il centro è nell’aria avversaria e gli altri quattro giocatori sono nello spazio esterno all’aria, ognuno posizionato su un punto diverso, ma tutti lungo la linea del tiro da tre.
Il giocatore all’angolo destro passa la palla al giocatore alla sua sinistra, quest’ultimo a quello alla sua sinistra, fino ad arrivare all’angolo opposto, quello sinistro, dove il giocatore lì posizionato si alza e mette il tiro da tre.
È un’immagine altrettanto bella?
Forse no.
Però, dopo aver segnato, quando i giocatori si daranno il cinque, lo faranno sentendosi tutti più forti. Più orgogliosi dei punti segnati.
Perché in quei punti ciascuno di esso ci ha messo del proprio.
Tutti hanno contribuito a quel risultato.
Quei punti sono di TUTTI i giocatori e non di uno solo, anche se il tabellino non dice così.
Sono un tipo abbastanza solitario, uno che il più delle volte preferisce starsene da solo piuttosto che in compagnia.
A volte credo di essere anche un po’ asociale.
L’idea di una sfida da solo, di un qualcosa che posso gestire da solo, come questo blog, mi piace.
Però, se mi fermo a pensarci, mi piace ancora di più l’idea di fare qualcosa insieme ad altre persone, di lavorare a qualcosa con altri.
Un esempio?
Ne faccio due.
Vorrei scrivere una serie televisiva.
Non una di quelle che si fanno in Italia dove i protagonisti devono essere per forza carabinieri, poliziotti o preti.
Ma una di quelle americane, tipo
Lost,
Grey’s Anatomy o
Dexter.
È un sogno impossibile da realizzare, lo so.
Ma mi affascina l’idea che c’è dietro.
L’idea di svolgere un lavoro di questo tipo, che richiede una forte sinergia, un continuo scambio di idee, una divisione di compiti, tanta voglia di fare ed anche, soprattutto, un bel po’ di persone che ci lavorino.
E la cosa belle è che alla fine non conta chi ha scritto questa o quella puntata, o ha avuto quella idea o quell’altra ancora.
Quello che conta è che è venuto fuori
Lost e questo è stato possibile perché dietro
Lost non c’è UNO sceneggiatore, ma un TEAM di sceneggiatori.
Altro esempio.
Voglio costruire, da zero, uno studio legale.
Chi ci entra deve avere non più di trentatre-trentaquattro anni.
Magari ognuno è esperto in un particolare ramo del diritto.
Chi entra deve avere talento e/o una gran voglia di fare.
Deve essere una squadra, dove ognuno deve sentirsi importante.
Dev’essere la
Justice League degli studi legali.
Tutto questo però è molto difficile da realizzare.
E non solo per ovvi motivi di ordine pratico-economico-materiale.
È difficile perché queste idee sono vaghe, generiche, solo abbozzate.
Sono embrioni (e nemmeno…) di idee.
E non idee vere e proprie.
E così arriviamo all’ultimo aspetto da citato nel titolo di questo post.
Per fare un buon lavoro di squadra ci vuole talento, senso di sacrificio da parte di tutti e un buon affiatamento.
Ma ci vuole anche un’altra cosa.
Ci vuole un progetto.
Le cose bisogna iniziarle non così, tanto per farle, ma avendo in mente un obiettivo, sia esso a breve o a lungo termine.
E il progetto dev’essere quanto più dettagliato possibile.
Deve reggersi in piedi e camminare da solo.
Solo così potrà consentire ad una squadra non solo di iniziare un cammino.
Ma anche di proseguirlo.