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18.10.19

Si riparano ricordi



"Si riparano ricordi" dice il cartello in vetrina.
Come se un ricordo fosse una lavastoviglie che non pulisce, una lavatrice che non risciacqua, un ferro da stiro che non stira.
Insomma, un elettrodomestico che, di punto in bianco, ha smesso di funzionare e che puoi portare ad aggiustare.
Sì, ma ammesso che sia così - anche ammesso che sia così - come si riparano i ricordi?
E, prima ancora, quand'è che un ricordo è guasto?
Quando è sfumato e si riaffaccia nella nostra memoria solo a sprazzi? Come brandelli di un quadro strappato, di cui intuiamo la bellezza pur non riuscendone a vedere l’insieme?
Oppure quando il ricordo di un momento particolarmente felice è incompleto?
O ancora, quando non lo riusciamo a collocare con precsione nel tempo e nello spazio, al punto da cominciare anche a dubitare, che si tratti di un ricordo?
Perché, ci siamo cascati tutti, almeno una volta, la memoria è spesso un funambolo, che cammina in difficile equilibrio lungo quella linea sottile che separa la memoria dal sogno.
E se, al contrario, un ricordo fosse rotto perché troppo preciso e vivido in ogni suo dettaglio? Nei colori, nei suoni e persino negli odori.
Al punto da farci male. Perché quei momenti che evoca sono diventati un giardino segreto, nel quale vorremmo tornare ancora a rifugiarci.
Ma che siamo consapevoli di non poter più rivivere.
Perché siamo cambiati noi.
Perché è cambiato chi divideva con noi quegli attimi.
O perché è andato via, lasciandoci con un buco che stupidamente proviamo a riempire, quando l’unica cosa da fare sarebbe lasciarlo intatto
tant’è perfetto
quello spazio
nella sua forma circolare
nel suo essere ferita
impossibile da rimarginare.
E allora, tornando alla domanda iniziale, come si riparano i ricordi?
Aggiungendo i dettagli mancanti, come tessere di un puzzle?
Mettendo a fuoco ogni sfumatura?
O riducendo, sottraendo, cancellando, fino a non lasciare più nulla, di quel ricordo?
O, ancora, facendo entrambe le cose?
Perché un ricordo, forse,
per essere davvero riparato
ha bisogno di brillare
(anche solo) un’ultima volta,
prima di essere dimenticato.

28.8.17

Super Santos VS. Super Tele


Super Santos: colore arancione inconfondibile, intersezioni nere leggermente scavate nella plastica. E poi il peso, quello giusto.
Calciare un Super Santos: questione di forza e precisione. Tiri, la palla va dritta, al massimo una leggera deviazione, se il vento spinge forte. 
Super Tele: nessun colore specifico ad identificarlo, leggero. Troppo.
Calciare un Super Tele: questione di culo. Prendi la mira, fai la rincorsa, tiri un calcio e la palla fa quello che cazzo gli pare. 
A volte la vita è come un giro di campo con un Super Santos tra i piedi: corri, mantieni il controllo, con un minimo di destrezza salti l’avversario, calci forte e preciso e la palla, anche se sbanda un po', finisce proprio dove la volevi mettere.
Più spesso è molto simile ad una serie di calci di rigore tirati con un Super Tele: ti prepari, ce la metti tutta, ma il pallone, che tu lo voglia o meno, prende traiettorie tutte sue.
Se ti va male finisce in culoalmondo.
Che ti viene difficile anche ricordare dov’è che volevi piazzarla.
Che diventa difficile perfino recuperarla.
Però se ti va bene la palla, dopo un giro strano e tortuoso, che nessuna legge della fisica sarebbe in grado di spiegare, finisce in rete, lì dove nessuno può arrivarci e tu, come in una giocata di Oliver Hutton che Ed Warner non riesce a neutralizzare, realizzi un gol spettacolare.    

7.9.16

L'olocausto dei piccoli sogni.


Ogni giorno, da qualche parte nel mondo, milioni di sogni vengono uccisi.
E ad ucciderli, il più delle volte senza neanche rendercene conto, siamo noi.
A pensarci bene, basta davvero poco per farlo.
Basta che la persona con la quale viviamo, o semplicemente le persona con cui ci interfacciamo durante la giornata, ripongano in noi una speranza specifica, l'aspettativa di un determinato comportamento. E non parlo dell'aspettativa di chissà quale azione miracolosa, o di quale gesto memorabile. Si può trattare anche di gesti stupidi, elementari. "Vorrei tanto che oggi la mia compagna mi svegliasse portandomi il caffè al letto".
"Spero che mio figlio mi dedichi cinque minuti del suo prezioso tempo".
"Sarebbe bello se mio marito, al ritorno dal lavoro, mi abbracciasse e mi stringesse forte, come faceva all'inizio, quando ci amavamo ancora".
Nulla di sensazionale. Pensieri naturali.
Umani.
Che generano aspettative. Speranze. Desideri.
Sogni.
Magari piccoli. E fragili.
Così fragili che basta davvero poco a spazzarli via.

"Che hai? Perché quella faccia?"
"Non è niente, è soltanto che stamattina ho fatto più fatica del solito ad alzarmi (e speravo mi portassi il caffè al letto, ma non è andata così. Stupido io ad aspettarmi qualcosa di diverso dal solito)".

"Quindi devi uscire di nuovo?"
"Sì, papà. Ho una festa. Lo avevi dimenticato?"
"Sì, probabilmente sì (e invece no. Non ho dimenticato proprio un bel niente. E' che non parli mai con me, forse lo avrai detto a tua madre. Ma non fa niente. Magari domani sera non avrai impegno. E parleremo. E ti racconterò dell'idea che mi è venuta: andare insieme allo stadio, come quando avevi otto anni e ci andavamo insieme ogni domenica)".

"Che hai?"
"Giornata di merda al lavoro. Sono stanco. Ho bisogno di farmi una doccia, e di stendermi un po'.
"Dai, riposati".
"Dovevi dirmi qualcosa?"
"No, nulla. Nulla di importante (e quando mai lo è, lo sono, importante, io, rispetto a te, rispetto al lavoro, rispetto a tutto il resto. Però è stato bello sognare, anche solo per un attimo, che tornassi dal lavoro diverso, che mi abbracciassi, che mi stringessi, che mi facessi capire quanto sono ancora importante per te. O forse no. Forse non lo è stato affatto, bello. Perché adesso mi sento stupida, cretina, ad averlo sperato. Vuota. Delusa. E tutto per aver  immaginato qualcosa che non è successo)".

Insomma, basta poco.
Davvero poco. Per uccidere un sogno.
Per ferire, senza neanche accorgercene, chi ci sta a fianco.
Per aprire una piccola crepa che, giorno dopo giorno, delusione dopo delusione, disillusione dopo disillusione, è destinata ad allargarsi sempre di più.
Fino a diventare una voragine.
Una voragine larga quanto lo spazio che separa i sogni dalla realtà.

29.8.16

L'arrivo del tormentone triste e la fine dell'estate


- A che pensi?
- A niente.
- Non è vero. Sei pensieroso. E' successo qualcosa.
- E' l'estate. Sta finendo.
Ci sono cose che non cambiano.
Capaci di farti lo stesso effetto sempre.
Che tu abbia dieci, quindici, venti o trentotto anni, come nel mio caso.
L’avvicinarsi della fine dell’estate è una di quelle.
Da ragazzino stavi male, l'estate che finiva era poco meno di un apocalisse: i compiti per le vacanze, che non avevi toccato per tre mesi, preferendogli il Texone e gli speciali estivi della Bonelli. Dover rimettere la sveglia, la mattina presto. L'inizio della scuola.
Da studente universitario non cambiava granché: gli esami da preparare o da finire di preparare. Le corse contro il tempo per colmare – o almeno provare a colmare – lacune di preparazione, grandi come un buco di sceneggiatura di un qualunque blockbuster americano uscito negli ultimi dieci anni. E poi l'elenco dei buoni propositi, stilato, stampato e messo in bella vista, prima di finire accartocciato ad affollare il cestino dei sogni morti prematuramente.
Poi cresci (si fa per dire), trovi l'amore e anche una cosa che ad averla in Italia hai quasi vergogna di nominare: il lavoro. Qualcosa di più simile al primo premio di una lotteria che ad un diritto sancito dall'articolo uno della Costituzione.
E pensi che tutto è cambiato e che, in fondo, della fine dell'estate te ne fotte. E te ne fotterà.
Invece non è così.
Eppure la scuola è finita.
Gli esami anche, con buona pace di Eduardo.
E allora perché questa malinconia?
Perché questa sensazione di qualcosa che sfugge e che, se tutto va bene, non ritroverai prima di un anno?
Perché, inutile girarci intorno, l'estate, quando è davvero estate, è la stagione dei sogni. Della libertà.
Della spensieratezza.
E più ti rilassi, più riesci a staccare dai problemi quotidiani, dal lavoro, e da tutto quanto, più l'avvicinarsi del ritorno alla quotidianità ti fa paura, ti mette ansia.
Ci sono cose che non cambiano.
E che tu abbia dieci, quindici, venti o trentotto anni, ti fanno lo stesso effetto.
Ti fanno lo stesso male.
Come l’arrivo di un tormentone triste che ti ricorda che l’estate sta finendo.
E che alla porta sta bussando la realtà

29.9.15

Uno spot, un colpo (al cuore).



Si sgretola una videocassetta.


Si sbriciola un walkman.


L’immagine è potente. Evoca il Nolan di Inception, con le sue città sogno/incubo che si smontano, si rimontano, si capovolgono e, appunto, si disgregano.
Ed altrettanto efficace è il messaggio che si intende far passare: gli oggetti a cui ci leghiamo, da cui spesso finiamo per dipendere, anche se capaci di segnare un’epoca, sono destinati a sparire.
Tutti.
Per lasciare spazio a qualcosa di più pratico, funzionale, efficiente. 
Moderno.
In fondo, non c’è immagine migliore per dimostrare quanto il trascorrere del tempo possa essere impietoso nei confronti della tecnologia, catapultando nell’oblio oggetti che fino a un attimo prima ci apparivano perfetti. E destinati all’eternità. 
E, con essi, le epoche caratterizzate da quegli oggetti.
Solo che, in questo meccanismo pubblicitario apparentemente perfetto, c’è un problema.
Un’imperfezione.
Qualcosa che provoca un sussulto, dentro di noi.
Perché con quel walkman che si disgrega davanti ai nostri occhi, ci siamo nati: attaccato alla cinta, con dentro musicassette riempite a furia di premere il tasto play e rec contemporaneamente, mentre incrociavamo le dita nella speranza che il deejay di turno non rovinasse la canzone intervenendo con il suo vocione prima della sua fine.
Perché siamo cresciuti col videoregistratore, programmato per registrare gli horror a notte fonda. Piccoli montatori in erba allenati ad individuare l’ultimo spot di uno stacco pubblicitario prima di poter riprendere la registrazione. Ed avere così una riproduzione senza pubblicità, senza tagli, più vicina possibile a quella originale.
C’era anche chi, come me, addirittura comprava i contenitori per le VHS, quelli neri, per farci la copertina del film, usando foto e ritagli di giornale, informazioni su cast e durata prese da TV Sorrisi e Canzoni e i cartoncini del paginone centrale di CIAK per la copertina.
Eh, sì. Stavolta i maghi della pubblicità sono stati così bravi da averla fatta grossa.
Perché quegli oggetti che hanno deciso di mettere in primo piano, mentre si sgretolano sotto i nostri occhi, non sono oggetti, ma molto di più.
Sono pezzi di vita.
E se il messaggio che volevano trasmetterci era “guardate avanti, sostituite quello che avete con qualcosa di nuovo”, allora hanno sbagliato di brutto. 
Perché il risultato raggiunto è esattamente opposto.
Perché voltarci indietro è un gesto molto più naturale del guardare avanti.
Perché nessun oggetto potrà sostituire nel nostro cuore quelli con cui siamo nati.

Quelli con cui siamo cresciuti.

7.9.15

Quello che siamo stati.



Port Mer, Cancale, Francia, agosto 2015.
Cammino sulla sabbia, dove fino a poco fa c’era il mare. Non sembra di camminare sulla sabbia, ma nell'argilla. E’ più come sprofondare, come nelle sabbie mobili. La sensazione non è piacevole.
Ci sono già stato, qui. Da bambino. Più di trenta anni fa.
Quali erano le sensazioni che provavo quando facevo la stessa cosa, ma a quattro anni?
Non posso ricordarlo. E anche se ricordassi la risposta non cambierebbe.
Me ne rendo conto guardando un bambino che cammina, proprio come me, a pochi passi da me. 
Avrà su per giù la stessa età che avevo io quando sono stato qui la prima volta.
Ride. Corre. Agita le braccia. Si diverte.
Come può in questo momento, in questo suo divertirsi scomposto, in questo suo vivere senza condizionamenti, perdersi dietro pensieri stupidi come la sensazione provocata dall’appoggiare i piedi sulla parte di fondale lasciato scoperto dal gioco delle maree? 
Sono domande inutili. Pensieri inutili.
Domande.Pensieri.
Che non hanno alcun senso, almeno a quell’età.
Domande.
Pensieri.
L’abitudine a fare paragoni. 
A cercare le differenze, come in quel giochino della Settimana Enigmistica. 
Proprio come sto facendo adesso.
Tutte queste cose, messe insieme, danno la misura di una distanza. Tra quello che ero e quello che sono.
Tra quello che sono stato e quello che sono. 
E anche se volessi provare a ricominciare a ragionare così – e mi rendo conto, mentre lo scrivo, che il verbo “ragionare” è il più sbagliato possibile.
Anche se volessi provare a ricominciare a vivere così, non potrei.
Perché c’è tutta quella distanza di mezzo, che non si può ignorare.
Perché cresciamo, cambiamo.
Tante cose finiscono. Altre iniziano.
Molte, più semplicemente, cambiano: si trasformano.
E allora capisco che è inevitabile: quello che siamo stati non possiamo più essere.

Ma, forse, non è proprio così.
O, almeno, non esattamente così. Non solo così.
Perché forse non possiamo tornare ad essere “quello che siamo stati”, non del tutto almeno. Perché dobbiamo fare i conti con quello che siamo. Qui. Ora. Adesso.
Ma quello che siamo stati è ancora dentro di noi, da qualche parte, magari nascosto in qualche luogo oscuro ed inaccessibile, di cui abbiamo perso le coordinate.
Perché il nostro presente non può essere uguale al nostro passato, ma lo contiene: non ne può fare a meno.
Perché il passato non è affatto una terra straniera, ma il luogo a noi più familiare.
Quello in cui, volenti o nolenti, ritorniamo più spesso. 
A rifugiarci.
A nasconderci.
Molte volte a perderci.
Altre a ritrovarci.


9.12.14

Come onde di notte sulla spiaggia























E' il 4 luglio 1990.
La sera prima l'Italia ha perso la semifinale dei mondiali contro l'Argentina ed io ho dormito malissimo. 
Le immagini dei rigori parati da Goycochea non mi hanno dato tregua per tutta la notte costringendomi a confrontarmi con l'abisso che separa i sogni dalla realtà.
Anche se non ancora in modo del tutto consapevole sfioro l'idea che domandarmi "cosa sarebbe successo se" sia la più sbagliata delle domande possibili. 
La più naturale, forse. Ma anche la più inutile.
Sicuramente la più dolorosa.
Nel saltare da un cartone animato a un telefilm finisco col guardare il servizio di un telegiornale sull'eliminazione degli azzurri dal Campionato del Mondo che erano destinati a vincere.
Non ricordo se fosse il TG1 o il TG2.
Ma ricordo benissimo le parole e la melodia della canzone che faceva da sottofondo al servizio. 
Che assocerò per sempre a quel momento, come accade spesso con le canzoni, capaci di attaccarsi ad alcuni momenti della nostra vita e di farli riaffiorare in superficie dagli abissi della memoria ad ogni ascolto sotto forma di ricordi.
"Forse perché ti credevo felice così 
proprio così fra le mie braccia
forse perché ci bastava arrivare fin qui 
come onde di notte sulla spiaggia"
Da allora ne è passato di tempo.
Ho imparato a vivere con più distacco le sconfitte, sportive e non solo.
Ché il calcio, in fondo, come tutti gli sport, non è altro che una metafora della vita. 
Qualche volta si vince, altre si perde. Più spesso si pareggia. 
E "Bella d'estate" continua ad essere per me una delle canzoni più belle della storia della musica leggera italiana.
Ed una delle più malinconiche.
Sarà per la melodia.
Per la voce sottile di chi la canta.
O perché descrive una situazione che tutti almeno una volta nella vita abbiamo vissuto. 
Non saprei.
So solo che da ieri lo è ancora di più.

Bonus Track:


20.10.14

Quando mi lasci ti cancello

Ci avete fatto caso? Quando due persone si lasciano le foto sul profilo Facebook che li ritraevano insieme, come per magia, spariscono.
Interi album di viaggi e vacanze vengono cestinati senza pietà. 
Foto di pranzi, cene, aperitivi, abbracci, baci, coppie di piedi, dita che si intrecciano svaniscono nel nulla.
Addirittura alcune immagini vengono ingrandite, tagliate e modificate fino a rimuovere quelli che fino a poco tempo prima ne erano sorridenti protagonisti. E di cui, quando l'operazione di ritocco delle foto non è proprio perfetta, se tutto va bene, rimane solo qualche pezzo di arto a ricordarne l'esistenza. 
Come i fratelli di Marty McFly, che scompaiono un pezzo dopo l'altro dalla foto che ha in tasca mentre suona Johnny B Goode alla festa in cui i suoi futuri genitori si baciano per la prima volta.  
In realtà, non è che si tratti di un fenomeno poi così nuovo: in fondo, la prima (o al massimo seconda o terza) cosa che uno fa dopo essersi lasciato è proprio cercare di eliminare tutto quello che in qualche modo ci ricorda la persona con cui stavamo, in primis le foto.
Solo che con i social network di mezzo le cose si sono complicate un po'. 
Perché possiamo illuderci di cancellare fotogrammi passati divenuti all'improvviso così ingombranti ed indesiderati, stando ben attenti a rimuoverli dal nostro profilo in maniera chirurgica, come in quel gioco di tanti anni fa quando dovevamo estrarre organi da un malcapitato paziente di plastica senza far scattare l'allarme. 
Ma non possiamo andare in giro a ripulire anche le foto disseminate sui profili altrui. 
Quelle scattate dai parenti, dagli amici, dagli amici degli amici, in occasioni speciali, o semplicemente durante un giorno qualunque.
Ed ecco, quindi, che, quando meno te lo aspetti, riaffiorano le immagini. 
E con esse i ricordi.
Si insinuano, come uno di quei bug fastidiosi capaci di bloccare una partita all'Amiga 500 e di farci imprecare davanti ad uno schermo. 
Sembra quasi che siano lì a provocarci.
E a ricordarci che, per quanti sforzi facciamo, che lo vogliamo oppure no, di quello che è stato, da qualche parte, fuori e dentro di noi, rimarrà sempre una traccia.

28.7.14

La Triste Parabola di Robin Thicke

Questa è una storia triste e disperata. Senza lieto fine, né redenzione. 
Questa è la storia di un uomo che ha toccato il cielo con un dito e, senza neanche avere il tempo di accorgersene, si è ritrovato in un mare di merda.
Come accade quasi sempre in questi casi, c'è di mezzo una donna.
Questa è la storia della Triste Parabola di Robin Thicke.
Ma procediamo con ordine.

- Il video di Burred Lines: tre simpatici cialtroni se la ridono circondati da donnine poco vestite. -

Ve lo ricordate? 
Un anno fa con questo tormentone ha contribuito ad aumentare il già elevato tasso di stupidità dell'umanità costringendoci a ballare come idioti con le braccia alzate mentre tutti insieme simulavamo una risata che sembrava la brutta copia di quella di Eddie Murphy doppiato dal mai troppo rimpianto Tonino Accolla.
E così, grazie anche a quel video cialtrone, oltre che allo zampino del solito Pharrell, il buon Robin Thicke si è ritrovato di colpo ricco e famoso. 
Le conseguenze di tutto ciò erano prevedibili: preso dall'euforia, il buon Robin ha iniziato ad infilare il suo microfono dappertutto a duettare con qualunque essere di sesso femminile. Arrivando addirittura a sdoganare quello che fino a poco tempo prima era solo un tipico gesto da uomo ubriaco ed "ingrifeto come un canguro eschimese" in discoteca e trasformandolo in una moda diffusa, il twerking.

- Che bel vestito che hai, Robin! -
Tutto normale, direte voi. 
Certamente. Solo che alla moglie questa storia non è andata giù. 


- Ciao, sono Paula Patton, la (ex) moglie di Robin Thicke -

E così ha fatto quello che ogni donna avrebbe fatto al suo posto: ha chiuso un occhio.
Ha chiuso l'altro.
E, poi, gli ha dato un calcio in culo.

E a quel punto? Cosa ha fatto il buon Robin? C'ha messo una pietra sopra? Ha utilizzato la famigerata tecnica del chiodo schiaccia chiodo?
No, il pover uomo si è procurato l'ultima edizione di"Come non si riconquista una donna", ed ha seguito alla lettera le indicazioni contenute a pagina 275, sotto la lettera S di SBAGLIOPIUGRANDE.
Ha tentato di riconquistarla.
Ma non dedicandole, che so, una poesia o due righe su Facebook, inondandola di migliaia di telefonate ed sms tipo stalker, oppure scrivendole una lettera strappalacrime.
No, le ha dedicato un intero album a partire dal titolo.

- Sguardo basso e testa china, ora sì che riconquisto lei e le charts. -

Risultato? 


- La stampa si accanisce ma lui ostenta sicurezza. -

Il più grosso flop discografico degli ultimi anni.
Roba che al confronto, Zucchero Filato Nero, il cd solista di Mauro Repetto, è stato un successo.

Ma almeno la moglie l'ha riconquistata? - Vi starete domandando.
Macché, pare che non gli abbia neanche fatto una telefonata per dirgli che aveva comprato una copia del cd per usarlo come limetta per le unghie.
Insomma, una gran brutta storia.

Comunque sappi, caro Robin, che la tua fine miserabile non è stata inutile.
Perché la tua triste parabola serve a ricordarci una di quelle tre o quattro GRANDI VERITÀ sulle quali è fondata l'esistenza: quando una donna ti molla, è finita. Poche storie. Puoi solo rimboccarti le maniche e voltare pagina (o almeno provarci). 
Perché tutto quello che proverai a fare per riconquistarla sarà solo una dimostrazione pratica, anche piuttosto patetica a dire il vero, di come sia difficile rimediare ai propri errori e, soprattutto, di come sia impossibile far tornare tutto come prima.

Si, ma in tutto questo, il povero Robin Thicke che farà adesso?
Beh, speriamo che capisca che non è il caso di continuare su questo strada se non vuole ambire al titolo zimbello della galassia. 
Che intraprenda nuove strade e, magari, torni a fare un po' il matto come tanti anni fa, come nel video di quel pezzo geniale in cui, sulle note di un campionamento della la Quinta Sinfonia di Beethoven, se ne andava in giro per le strade di New York vestito come me quando scendo la sera a gettare l'immondizia.

- Verso l'infinito e oltre! -
Non voltarti indietro e vai, Robin!
Vai.
Ché qui, tra una risata e l'altra, facciamo tutti il tifo per te.
Perché, in fondo, non c'è storia più avvincente di quella di un uomo che, dopo aver toccato il fondo (e magari dopo aver anche scavato un bel po' come hai fatto tu), riesce a rialzarsi in piedi.

Bonus track: Robin Thicke quando si faceva chiamare semplicemente Thicke e cantava canzoni decenti.


14.7.14

Chris Martin, il fantasma della moglie e le tette di Rihanna

Chris Martin è depresso.
Non ci credete? 
Provate ad ascoltare una a caso delle nove tracce che compongono l'ultimo cd dei Coldplay (ok, A Sky Full Of Stars non fa testo. O forse sì. In fondo, i momenti di euforia sguaiata sono tipici dei depressi).
Dicevo, è depresso perché si sta separando dalla moglie (Gwineth Paltrow), ma, a quanto pare, non riesce a separarsi dal suo fantasma, tanto da intitolare il nuovo disco della band di cui è leader "Ghost Stories". 
Depresso, al punto tale da andarsene in giro vestito come Lino Banfi in Grandi Magazzini.

Chris Martin

Lino Banfi in Grandi Magazzini

E non ci vuole un genio per comprendere che i fantasmi di cui parlano (quasi) tutti i testi (tristissimi) dell'album sono in gran parte i ricordi lasciati dall'abbandono della persona amata.
Ma, siccome Chris è depresso, ma è anche ricco sfondato, quando sta male lui non chiama, come tutti noi, la mamma, o, chessó, Mariuccia, la nostra amica del cuore.

             Mariuccia in una delle sue foto migliori

No, lui è un depresso figo che vive tra Los Angeles e Londra e di mestiere fa la rockstar e quindi, quando sta male, per consolarsi, chiama Rihanna.

Rihanna

- Pronto Ri', ciao sono Chris
- Ah, ciao Chris!
- Sai, Ri'... Sono un po giù per via del fatto che... mi sono lasciato con Gwineth, e... pensavo che... sai... magari... io e te...
- Chris, vuoi scopare?

Ecco. Più o meno le cose sono andate così. 


Ma la verità è che Chris Martin, anche se tra un pianto e l'altro si schiaccia Rihanna, è depresso ed ha ragione ad esserlo.
Perché, quando perdi la persona che ami, quello che ti aspetta dopo, almeno per un bel po'  di tempo, è solo sofferenza, sia pure in diverse gradazioni, sia pure intervallata da fugaci momenti di benessere.
E insomma, la triste storia del giovane Chris serve a ricordarci, se ce ne fosse ancora bisogno, che i soldi, la fama e il successo non contano poi granché di fronte alle COSEIMPORTANTIDELLAVITA, dinanzi alle quali siamo tutti uguali, come ci ricordava il grande Totò nella Livella.
Ché quando arriva la botta, arriva per tutti, che tu ti chiami Chris Martin o Enzo Rossi.
E non c'è Rihanna che possa consolarti.

Forse...


Bonus Track: prove generali di flirt tra i due sul set della canzone più criticata della storia dei Coldplay



Bonus Track 2: la canzone più bella e sottovalutata di Rihanna


26.10.11

Elogio di un giudice civile scritto da un giudice civile.


Allora, mi vedi?
No, non sono quello con la toga, in piedi, che arringa, nella speranza di riuscire, almeno per una volta, a mettere dentro qualcuno che non sia un extracomunitario, o l’ultimissima ruota del carro della vendita al dettaglio di stupefacenti.
E nemmeno uno di quei tre che gli sta seduto di fronte, ad ascoltarlo sonnecchiante.
No, non mi trovi nelle aule grandi, quelle col gabbiotto e la scritta in bella mostra “La legge è uguale per tutti”.
Di solito la mia aula di udienza è nella parte più squallida del tribunale, talvolta relegata in una struttura a parte, quasi a voler rimarcare, in maniera plastica, la distanza che c’è tra la giustizia civile e quella penale. O meglio, tra la giustizia civile e la Giustizia. Punto.
Molte volte la mia aula di udienza assomiglia al box 4x4 in cui è costretto a lavorare l’impiegato di un call-center, altre volte all’ufficio ampio e confortevole di un dirigente aziendale, altre volte ancora, come nel mio caso, ha l’aspetto retrò di un salotto in stile anni ’70.
Che importanza ha? - Mi dirai,
Nessuna. - Rispondo io.
Perché che tu faccia udienza ai piani alti di un palazzo di acciaio e vetro, o tra le quattro mura di un condominio sei e resti un giudice di guerra.
Sì, perché il giudice civile è un giudice di guerra. Nel senso letterale del termine.
Cosa fa, in fondo, se non intervenire nel bel mezzo di un conflitto?
E guarda che non parlo di conflitto così, tanto per dire, tanto per fare scena.
Hai mai provato a metterti in mezzo ad una lite, anche la più stupida, tra due condomini?
Ah, sì? Beh, ritieniti fortunato ad essere ancora in piedi.
Ma non credo tu abbia mai provato a metterti in mezzo a due coniugi, arrivati alla fine della loro strada insieme.
Amico, ti assicuro che sono cazzi.
Quelli sono in grado di travolgere come un caterpillar qualunque cosa si trovi sulla loro strada. Anche dei ragazzini innocenti che hanno commesso il solo errore di trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato.
Roba che, per convincerli a tornare insieme o, quanto meno, a non lasciare troppi cadaveri sulla loro strada, dovresti andarci in assetto tattico da battaglia. Con tanto di psicologi, mediatori familiari, assistenti sociali e videocassette zeppe di puntate registrate di “C’è posta per te”.
Ed invece ti ritrovi ad affrontarli da solo, con in mano un codice, un foglio e una penna. E nelle tasche un pò di pazienza. Tanta pazienza, va. Che è meglio.
Inizi a capire di cosa stiamo parlando?
Sì, esatto. E’ più qualcosa tipo le missioni dei caschi blu.
Esattamente come loro interveniamo in pieno conflitto.
Esattamente come loro lo facciamo con armi spuntate.
Esattamente come loro abbiamo l’obiettivo dichiarato di portare la pace, o, quantomeno, un ragionevole compromesso.
Ma, a conti fatti, esattamente come loro, l’unica cosa che possiamo fare, il più delle volte, è cercare di tirarci fuori dalla guerra facendo meno danni possibile. Ed affermando principi e regole che, nella maggior parte dei casi, resteranno lettera morta.

Ma per fortuna fare il giudice civile non è soltanto questo.
E’ anche prendere coscienza del fatto che la verità non esiste.
Cosa dici? Hai ragione, sono d’accordo. Non c’era bisogno di mettersi a fare il giudice civile per imparare questa banalità.
Ma, forse, c’era bisogno di fare il giudice civile per capire fino in fondo quanto fosse vera questa banalità.
D’altronde, si dice che ogni luogo comune sia tale perché contiene un fondo di verità.
In questo caso, te lo assicuro, c’è molto di più di un fondo.
Hai mai visto Rashomon, il film di Kurosawa? Beh, io sì e lo trovo straordinario. Ogni volta che lo guardo. O meglio, ogni volta che lo guardavo. Perché, da quando faccio il giudice civile, non riesco più a guardarlo. Non è che non mi piaccia più, è soltanto che... è come se lo guardassi continuamente.
Ogni giorno.
E non per una sola volta al giorno. Ma almeno dalle venti volte in sù.
Succede ogni volta che apro un fascicolo. Leggo l’atto di citazione ed esclamo tra me e me: “Cazzo! Come hanno potuto fargli questo? Questo Tizio ha ragione da vendere!”. Poi inizio a leggere la comparsa di risposta e vedo le mie certezze vacillare come quelle di uno spettatore che si è appena alzato dalla sala dopo la fine di Inception.
Insomma, è come se ogni volta che apri un fascicolo assistessi ad un remake di Rashomon. Soltanto con un’ambientazione diversa.
Ed ogni volta che lo richiudi l’unica certezza che puoi sperare di avere è di averci provato in tutti i modi ad avvicinarti alla verità. Che, molto probabilmente, se ne sta acquattata da qualche parte, lontano dalle carte.
Sì, lo so. E’ frustrante. Ma chi ha mai detto che quello del giudice civile è un lavoro pieno di soddisfazioni?
Però, in fondo, una piccola soddisfazione c’è. Quando una persona si avvicina a te, in un qualunque tipo di discussione, che si tratti di politica, di economia, di religione, o delle eliminazioni agli ultimi provini di X-Factor, e ti sciorina certezze manco fossero pop-corn, dentro di te sorridi, provando un misto di commiserazione ed invidia per quella persona che è ancora tanto convinta delle sue verità.
Che è ancora tanto convinta dell’esistenza della Verità.

Ok, ho capito. Non ti basta.
Giustamente, hai letto la parola elogio nel titolo e ti aspettavi un panegirico.
Fammici un attimo pensare e ti dico qualcosa di positivo sul fare il giudice civile.
... ... ...
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Ecco! Trovato! Facendo il giudice civile svolgi un lavoro utile alla società.
Non ti piace? Neanche a me. Suona banale. E poi, tutti i giudici, anche i pubblici ministeri ed i giudici penali svolgono un lavoro tendenzialmente utile alla società.
... ... ...
Ecco, ho trovato.
Facendo il giudice civile acquisisci capacità di direzione del traffico degne di quelle dei vigili urbani. Ma non di un vigile urbano qualunque, eh? Pensa, chessò, al vigile urbano che sta all’incrocio tra Piazza Venezia e via del Corso. Sì, quello che imita Albertone. Ecco, facendo il giudice civile diventi in grado di gestire persino un incrocio come quello. Ogni udienza, in fondo, è anche un’attività di smistamento del traffico. Un test per mettere alla prova le tue capacità vigile urbano in pectore: solo che al posto delle macchine ci sono i fascicoli. Ed alla guida gli avvocati, incazzati, a volte giustamente, altre volte senza un valido motivo apparente. Proprio come gli automobilisti.
Troppo poco?
Beh, allora potrei dirti che ogni fascicolo ti costringe a riaprire i libri che ti eri illuso di aver messo a prender polvere nella libreria di casa ed a rimetterti a studiare, per verificare se le tue poche certezze giuridiche sono state o no spazzate via dall’ultimo orientamento della Cassazione.
Riprendere i libri.
Rimetterti a studiare.
Suona da sfigati, eh? Hai ragione.
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Beh, allora senti questa: studiare un fascicolo e risolvere il relativo caso è avvincente come leggere da capo a fondo un numero de “La Settimana Enigmistica”.
Come dici? Non ti convince. Mi sa che anche stavolta hai ragione. E poi, non so tu, ma io mi sono sempre fermato al terzo rigo del cruciverba in prima pagina, quello con la foto del personaggio da indovinare.
Sotto questo punto di vista, credimi, un fascicolo civile è molto più avvincente.
A meno che non si tratti di una divisione ereditaria, ovviamente.
... ... ...
Allora, senti questa: facendo il giudice civile hai la possibilità di indossare, di volta in volta, i panni del medico, dell’architetto, dell’ingegnere, dello psicologo e così via. Persino, se hai culo, quelli dell’agronomo.
Come dici? Beh, confesso che non posso darti torto.
In effetti, se volevi fare il medico, l’ingegnere, o l’architetto non ti mettevi a studiare legge.
Nulla da obiettare.
Non fa una piega.

Insomma, devo essere sincero.
Non posso dirti che quello del giudice civile sia un lavoro dinamico, come quello di chi conduce un’inchiesta.
Né che sia avvincente e carico di suspense come cercare di individuare il colpevole di un delitto.
Però, forse, una piccola cosa posso dirla.
Stare lì, dietro alla scrivania, senza rialzi, divisioni formali, steccati o distanze artificiali, con le persone che siedono di fronte a te, spesso ti accerchiano, e parlano e gridano e si lamentano e qualche volta piangono, nella speranza che tu possa fare per loro ciò che fino a quel preciso momento nessuno è stato in grado di fare, significa prendere la rincorsa e, nudi, senza l’aiuto di pinne, fucili ed occhiali, fare un bel tuffo.
Per immergersi dentro all’umanità. Fino in fondo.
E scusami se ti sembra poco.

30.8.10

La ricerca della semplicità


Succede che la vita tutt'a un tratto si presenta nella sua essenzialità: nascere, amare e morire.
Succede che guardi all'amore e per la prima volta lo vedi per quello che é: una cosa semplice.
Ché, al massimo, ad essere complicate sono le conseguenze dell'amore e non l'amore stesso.
Succede che pensi alla vita e la trovi troppo amara e complicata per renderla ancora più amara e complicata.
E così ti rendi conto che la semplicità è necessaria, che ne hai bisogno.
E non c'è nulla di più semplice dell'amore: due persone che si desiderano, si cercano e si trovano.
Succede che ce le hai davvero piene: non hai più nessuna voglia di situazioni frustanti, desideri di donne altrui, amori travestiti da amicizie e viceversa.
Situazioni mitizzate da miriadi di scrittori, indicate come essenza e culmine dell'amore stesso.
Cazzate! Tutta roba che fa male. Tutta roba che con l'amore non c'entra granché.
Ché l'amore in fondo è una cosa semplice: due persone che ridono e si divertono insieme.
E così ti metti alla ricerca della semplicità: un concetto nobile che molti, troppi, a torto confondono con la facilità.
E così ti metti alla ricerca dell'amore, nella sua semplicità: due persone che si vogliono bene.

1.11.09

The fool on the hill


L'idiota sulla collina ha i denti irregolari e il sorriso raro.
Tiene le mani in tasca, come zavorra di una mongolfiera. Mentre la mente è libera di vagare. Come un palloncino che si alza in volo dopo essere fuggito dalla presa incerta di un bambino.
L'idiota sulla collina ama aggrapparsi a coincidenze, segnali, formule e previsioni, ma ha la tendenza a perdere di vista le variabili. Avversarie in grado di sconvolgere anche il più perfetto dei piani.
L'idiota sulla collina guarda troppi film. Ed ha un debole per le commedie romantiche. Sì, quelle stupide e rigorosamente americane, piene di buoni sentimenti e dal lieto fine. 
Ma la vita non è un film, ha imparato a sue spese. O, se lo è, di certo non ha la trama, né tantomeno il finale,  di una stupida commedia romantica americana.
L'idiota sulla collina ultimamente non fa altro che camminare. Come correva Forrest Gump. 
Per non pensare. 
Per dimenticare.
L'idiota sulla collina sono proprio io. All'apice del mio masochismo.

14.10.09

La vita, l'amore, l'universo e tutto quanto


E pensare ad un anno fa, quando vagavo diviso a metà, tra la ricerca di un equilibrio in un lavoro che sentivo mio solo fino ad un certo punto e la speranza che una buona notizia, la più attesa di tutte, arrivasse, spazzando via proprio quell'equilibrio tanto cercato.

E sentire mio padre al telefono dirmi che non era proprio sicuro, ma che, forse, sì, ce l'avevo fatta a vincere quella gara senza senso.
O, almeno, la sua tappa più importante. La sua tappa più imprevedibile.

E gioire, dopo poche soddisfazioni e tante amarezze. Dopo qualche porta chiusa in faccia, e pugnalate che non ti saresti aspettato di ricevere.
Gioire con mia mamma, col mio papà, con mio fratello. Persone da amare in un mondo sempre più avaro d'amore. 
Gioire con gli amici più cari, quelli di una vita. E con i nuovi, compagni di viaggio in un'avventura dai contorni ancora ignoti, ma che per ora ha i colori del sole. E i sapori del mare. 
Gioire in tutti i modi, purché non da soli, ché la felicità è davvero poca cosa se non condivisa.

E osservare la vita tracciare percorsi strani, prendere deviazioni imprevedibili, imboccare vicoli stretti e talvolta ciechi, solo per girare su se stessa e far quadrare tutto. 
Come un cerchio perfetto che ricongiunge una sconfitta che sembrava indelebile ad una vittoria che indelebile lo è, davvero.

E svegliarsi da un torpore sentimentale che durava da tanto tempo. Da troppo tempo.    
E tornare a sentire qualcosa, dopo tanto tempo. 
Dopo troppo tempo.

Come un bambino che in un colpo solo si ritrova davanti la vita, l'amore, l'universo e tutto quanto. 

29.9.09

What if...


La domanda "cosa sarebbe successo se" è alla base di ogni racconto di fantascienza che si rispetti. 
Un come Sliding Doors deve il suo successo proprio alla messa in scena di un classico what if.   
Persino la Marvel ha, per molti anni, pubblicato una serie incentrata sulle vicende ipotetiche dei suoi più famosi personaggi: cosa sarebbe successo se l'Uomo Ragno si fosse unito ai Fanastici Quattro? E se Capitan America fosse diventato Presidente degli Stati Uniti? E così via.
Ma quello del what if non è soltanto un espediente letterario: al contrario, è un esercizio che, volenti o nolenti, pratichiamo tutti. 
Quotidianamente. 
O, in ogni caso, più spesso di quanto possiamo immaginare.
Cosa sarebbe successo se quelle storie che inventavi da bambino quando giocavi con i Playmobil fossero diventate dei film? Cosa sarebbe successo se tuo nonno fosse rimasto ancora un altro po' di tempo a farti compagnia quaggiù anziché andarsene presto, troppo presto? E cosa succederebbe se quella ragazza dagli occhi scuri, occhi nei quali è tanto facile perdersi quanto ritrovarsi, ti dicesse sì?
Insomma, porsi domande di questo tipo è un gesto naturale.
Proprio come dormire. 
Proprio come sognare. 
Ma è anche un gesto che può rivelarsi estremamente doloroso.
Proprio come risvegliarsi nel bel mezzo di un sogno dal quale non vorremmo uscire mai.

2.9.08

Facebook e la ricerca del tempo perduto


Mi sono sempre fidato poco delle conoscenze fatte attraverso la rete.
E di chi colleziona amici come fossero figurine.
Per questo quando mi hanno invitato ad iscrivermi su Facebook, prima, ho usato risposte vaghe tipo “Magari nei prossimi giorni”. “Forse”. “Chissà”.
Poi una volta iscritto, mi sono chiesto (e credo di non essere stato il solo) “Ma a che serve ‘sta stronzata?”
Infine c’era quel dettaglio terribile.
Quelle liste di amici, ognuno con la propria foto formato tessera, rigorosamente in ordine alfabetico, tutti in fila uno dopo l’altro.
Proprio come delle fottute figurine!
E allora ho pensato che era il caso di tirarsi fuori. “Cazzo! Abbi un po’ di coerenza, almeno per una volta!”.
Ma niente da fare.
Ormai c’ero finito dentro fino al collo.
Era troppo tardi.
Avevo scoperto la funzione “cerca”, lì, in alto sulla sinistra.
E, attraverso quella piccola lente di ingrandimento, avevo afferrati il senso ultimo di Facebook (beh, confesso che forse ci ho messo effettivamente un po’ troppo…)
Che non è solo né tanto quello di tenersi in contatto con la gente che frequenti (o che frequenterai).
Ma è, soprattutto, quello di ritrovare volti, nomi, persone che, in un modo o nell’altro, hanno fatto parte del tuo passato.
Che sono state parte della tua vita.
Cercare la ragazzina che ti piaceva alle elementari.
Scovare il gatto che hai abbandonato dietro l’angolo perché tentava di strapparti gli occhi con le unghie.
Ritrovare i tuoi vecchi compagni delle medie.
Vedere che fine hanno fatto, che faccia hanno, dove vivono, come se la passano è un modo straordinario di viaggiare nel tempo stando fermi davanti allo schermo del Mac.
È un mezzo semplicissimo per andare alla ricerca del tempo perduto.

28.1.08

Come Jamie Foxx in "Collateral".


Se c’è stato un momento nella mia vita in cui ho sentito forte l’esigenza di mollare tutto e partire per andarmene in giro per il mondo, beh, quel momento è adesso.
Penso che se non viaggerò ora, che sono libero da vincoli, sarà difficile che potrò farlo più avanti, quando gli spazi per muoversi diventeranno, inevitabilmente, più stretti.
E così mi perdo a fissare tappe, tracciare linee, disegnare tragitti.

Europa. Stati Uniti. Oriente.

Mi interrogo sulla forma del bagaglio.
Su quello che potrò metterci dentro.
E, soprattutto, su ciò di cui potrò fare a meno.

E finisco col sentirmi come Jamie Foxx in “Collateral”, che abbassa l’aletta parasole del suo taxi, tira fuori la foto della località in cui sogna di andare e nella sua contemplazione trova confortevole rifugio.
Prima di rimettere in moto il taxi e tornare alla solita routine.

6.1.08

Ti piacciono i fiori?


- Ah, giovanotto… di nuovo qui?
- Ehm… sì.
- Benissimo (fregandosi le mani).

Ma lo sai che a Roma i fiorai non dormono mai?


C’è stato un periodo, un paio d’anni e mezzo fa, in cui ero diventato un’autorità in materia di fiori.
Rose, orchidee, composizioni a tema e fiori da campo.
Se dovevo esprimere affetto, interesse o anche gratitudine ad una ragazza, lo facevo mandandole dei fiori.
Avete presente l’espressione “ditelo con i fiori”?
Beh, io ero l’incarnazione vivente di quella frase.
Di più.
Ero il sogno proibito dell’interflora.
Il Padoa-Schioppa dei conti in rosso del fioraio di via Kerbaker.
L’incubo degli addetti alla consegna fiori.

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto.

A guardare adesso, con un po’ di distacco, a quel periodo, mi rendo conto di essere andato un po’ sopra le righe, di avere, come dire, un tantino esagerato…
Credo però di aver capito la ragione di quegli slanci affettivi senza paracadute: quando una persona ti dice che tra te e lei non c’è altro da dire, mentre tu sei lì che vorresti dire (e fare) con lei ancora tanto significa che tu hai ancora la pistola carica (no, non in quel senso lì, o, almeno, non solo in quel senso lì), ma il tuo bersaglio è già lontano un miglio e non hai più alcuna chance di colpirlo.
In altre parole, e fuor di metafora, hai ancora un bel pò di affetto da dare e così finisci col manifestarlo a chi, anche solo con un bel sorriso, di quelli capaci di renderti la giornata migliore, riesce a conquistare la tua attenzione.

Che l’unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente.

Eppure un po’ rimpiango quella fase.
Non stavo a pensare alle conseguenze delle mie azioni. Agivo, giusto o sbagliato che fosse, ma agivo.
Avrò anche esagerato un po’, ma l’ho fatto in buona fede.
Per dare qualcosa, non per prendere.

Anzi, a dirla tutta, mi sa che preferisco la fibrillazione emotiva di allora al torpore sentimentale che ha preso il sopravvento poi.

21.11.07

Stand By Me.


Quando il futuro ti appare incerto come una sottotrama di Lost e il presente è piatto come una fiction italiana (una qualsiasi, fate voi), c’è solo un gesto che sei portato a compiere con naturalezza: girare il collo e gettare indietro lo sguardo.
È altrettanto naturale che tutto ciò che lo sguardo potrà scorgere risulterà pieno di fascino, audace ed innocente al tempo stesso, denso di emozioni, come avvolto da un alone in grado di conferire ai ricordi, anche quelli più banali e quotidiani, il colore del MITO.
Non c’è nulla di sconvolgente in questo meccanismo.
È tutto perfettamente naturale, come ho detto.
Il problema è che il passato può essere il più sicuro dei rifugi, ma anche la peggiore delle trappole.
L’idea che la parte migliore di te sia rimasta incastrata da qualche parte nel 1987 o giù di lì, che la disillusione debba farla da padrone come il peggiore dei bulli, che tutto ciò che sarà non potrà mai essere all’altezza di quello che è stato è davvero difficile da mandare giù.
Però, al tempo stesso, è troppo il fascino che emana il passato per resistergli.
E così non puoi proprio fare a meno di frugare nei ricordi, sperando di trovare ciò che ancora, a fatica, stai cercando.
Sperando di ritrovare lì in mezzo, tra un po’ di paccottiglia e tante cose preziose, te stesso

6.11.07

Same Mistake.

Non amo i post che si limitano a copincollare poesie, testi delle canzoni o altro. Mi danno l'idea di pigrizia e scarsa fantasia.
Però, forse perché in questo periodo sono più pigro del solito, forse perché le idee scarseggiano, stavolta farò un'eccezione.

I'm not calling for a second chance,
I'm screaming at the top of my voice,
Give me reason, but don't give me choice,
Cos I'll just make the same mistake again.


Ah, quasi dimenticavo: la canzone si chiama "Same Mistake" e l'ha scritta ed interpretata James Blunt.
E questo è il video: