31.5.07

Un polpettone indigesto.


Lungo.
Confusionario.
Senza pathos.
Interminabile.
Ironia da gelo.
Recitato maluccio.
Estenuante.
Senza né capo né coda.
Johnny Depp parodia della parodia di se stesso.
A tratti incomprensibile.
Senza ritmo.
Lungo.
Lungo.
Lungo.
Troppo lungo.

Di cosa sto parlando?
Del film che vedete qui sotto


Ah, se non fosse ancora chiaro, non l'ho apprezzato granché...

29.5.07

I'm with Quentin Tarantino.




In attesa di poter vedere anche qui in Italia l'ormai imminente Death Proof, divampa online e sui quotidiani la polemica dopo l'intervista rilasciata da Quentin Tarantino, in cui il regista di Pulp Fiction spara a zero sulle pelicole italiane degli ultimi anni.

"I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia".

Questa le parole incriminate che hanno suscitato le reazioni più forti, come quella di Marco Bellocchio che potete leggere qui.

Io personalmente, non posso che essere d'accordo con Quentin, soprattutto quando rimpiange il cinema italiano degli anni '70 ed '80.

Era un cinema caciarone, volgare, scollacciato quanto volete, ma era anche un cinema colorato, pieno di idee, di volti indimenticabili, di soluzioni visive originali, di colonne sonore eccezionali.

Era, soprattutto, un cinema che offriva una grande ricchezza di generi: dalla commedia sexy, al "poliziottesco", passando per il thriller, l'horror ed il western.
Di tutto questo, nella cinematografia italiana contemporanea rimane davvero poco.
O niente.

Abbiamo perso la capacità di produrre pellicole "di genere".
A meno che per generi non si intendano il "genere Muccino" (famiglia e/o coppia in crisi e relative conseguenze), il "genere Moccia" (tipo ho voglia di te di me o di altro...) o quello più diffuso, il "genere depression" (uno qualunque dei film interpretati da Lo Cascio o diretti da Ozpetek).

Insomma, il panorama è desolante ed è un grave errore liquidare, come fa Bellocchio, le riflessioni di Tarantino come sbagliate perché provenienti da una persona che non ha visto "tutto" il cinema italiano degli ultimi anni.

Sì, è vero, Tarantino non avrà visto proprio tutti i film italiani (anche se un onnivoro come lui ne avrà guardati un bel pò...) e ci sono sicuramente delle eccezioni.

Però sono eccezioni che non fanno altro che confermare la regola.

Che è quella descritta senza tanti giri di parole da Quentin.

Onore al GIAPPONE!


Ryio Mori, vent'anni, miss giappone.
L'avevamo già vista su queste pagine.
Che dire? A quanto pare, le abbiamo portato fortuna...

28.5.07

Vieni avanti, Lino!


Ho scoperto casualmente l'esistenza del blog del mitico Lino Banfi.
E' davvero interessante: ci trovate un sacco di aneddoti personali del buon Lino sui suoi incontri con altri grandi artisti come Totò e Franco & Ciccio e, soprattutto, aggiornamenti continui sull'attesissimo sequel de "L'allenatore nel pallone".
Per visitarlo cliccate qui.

26.5.07

25.5.07

Duplo Vs. Lego




Ci sono delusioni grandi, capaci di gettarti in un baratro in una frazione di secondo, senza che tu abbia neanche il tempo di accorgertene.
Schiaffi improvvisi e forti, capaci di stordirti e lasciarti a terra per un po’…

E ci sono delusioni piccole, che quando arrivano nemmeno ci pensi più di tanto.
Passa un attimo e te le sei già messe alle spalle.
Il tempo di una telefonata, di due-tre pagine di libro, del ritornello di una canzone che ascolti volentieri.

Che quando ti fermi a pensarci su, neanche ti ricordi cos’è che ti ha lasciato quella sensazione sgradevole che ti è rimasta addosso.

Sì, perché, anche se non credi possa essere così, anche se ti sembra che non ti abbiano fatto niente e siano volate via, leggere e invisibili come rivoli di polvere, le piccole delusioni ti restano attaccate addosso.
Fanno amicizia tra loro.

Solidarizzano.

Si coalizzano.

Come tanti mattoncini Lego incastrati l’uno sull’altro a dare forma ad una costruzione geometrica e solida.
E così alla fine, quando è troppo tardi per scrollarle via dalle spalle con un fugace colpo di mano, hanno già costruito un bel fortino, che faticherai a buttar giù.

E quindi…

..non ne sono così sicuro, ma forse, dico forse, è meglio andare incontro a delusioni grandi.
Perché uno schiaffo preso forte in faccia ti costringe a reagire, dopo che hai perso un po’ di tempo a leccarti le ferite.
Una caduta dall’alto ti fa venire voglia di rialzarti e riprovare a camminare.

Una costruzione fatta di Duplo con un calcio la butti giù più facilmente.
Con una fatta di tanti pezzettini di Lego non è detto che ci riesci al primo colpo.

Ed anche ammesso che tu ce la faccia, c’è sempre il rischio che una buona parte resti in piedi…

23.5.07

Di individualismo, gioco di squadra e progetti...


Ammettiamolo: vedere e rivedere Maradona che ai mondiali dell’86 attraversa l’intero campo di calcio e segna un gran gol dopo aver dribblato tutta la squadra avversaria, oltre che essere un grandissimo spettacolo per gli occhi, ti trasmette una sensazione straordinaria.
Perché quel gol è la realizzazione materiale, la prova vivente, l’incarnazione dell’idea che un individuo, da SOLO, possa battere tutti gli altri.

Immaginiamo un azione di basket in cui solo il centro è nell’aria avversaria e gli altri quattro giocatori sono nello spazio esterno all’aria, ognuno posizionato su un punto diverso, ma tutti lungo la linea del tiro da tre.
Il giocatore all’angolo destro passa la palla al giocatore alla sua sinistra, quest’ultimo a quello alla sua sinistra, fino ad arrivare all’angolo opposto, quello sinistro, dove il giocatore lì posizionato si alza e mette il tiro da tre.
È un’immagine altrettanto bella?
Forse no.
Però, dopo aver segnato, quando i giocatori si daranno il cinque, lo faranno sentendosi tutti più forti. Più orgogliosi dei punti segnati.
Perché in quei punti ciascuno di esso ci ha messo del proprio.
Tutti hanno contribuito a quel risultato.
Quei punti sono di TUTTI i giocatori e non di uno solo, anche se il tabellino non dice così.

Sono un tipo abbastanza solitario, uno che il più delle volte preferisce starsene da solo piuttosto che in compagnia.
A volte credo di essere anche un po’ asociale.
L’idea di una sfida da solo, di un qualcosa che posso gestire da solo, come questo blog, mi piace.

Però, se mi fermo a pensarci, mi piace ancora di più l’idea di fare qualcosa insieme ad altre persone, di lavorare a qualcosa con altri.
Un esempio?
Ne faccio due.

Vorrei scrivere una serie televisiva.
Non una di quelle che si fanno in Italia dove i protagonisti devono essere per forza carabinieri, poliziotti o preti.
Ma una di quelle americane, tipo Lost, Grey’s Anatomy o Dexter.
È un sogno impossibile da realizzare, lo so.
Ma mi affascina l’idea che c’è dietro.
L’idea di svolgere un lavoro di questo tipo, che richiede una forte sinergia, un continuo scambio di idee, una divisione di compiti, tanta voglia di fare ed anche, soprattutto, un bel po’ di persone che ci lavorino.
E la cosa belle è che alla fine non conta chi ha scritto questa o quella puntata, o ha avuto quella idea o quell’altra ancora.
Quello che conta è che è venuto fuori Lost e questo è stato possibile perché dietro Lost non c’è UNO sceneggiatore, ma un TEAM di sceneggiatori.

Altro esempio.
Voglio costruire, da zero, uno studio legale.
Chi ci entra deve avere non più di trentatre-trentaquattro anni.
Magari ognuno è esperto in un particolare ramo del diritto.
Chi entra deve avere talento e/o una gran voglia di fare.
Deve essere una squadra, dove ognuno deve sentirsi importante.
Dev’essere la Justice League degli studi legali.

Tutto questo però è molto difficile da realizzare.
E non solo per ovvi motivi di ordine pratico-economico-materiale.
È difficile perché queste idee sono vaghe, generiche, solo abbozzate.
Sono embrioni (e nemmeno…) di idee.
E non idee vere e proprie.
E così arriviamo all’ultimo aspetto da citato nel titolo di questo post.
Per fare un buon lavoro di squadra ci vuole talento, senso di sacrificio da parte di tutti e un buon affiatamento.
Ma ci vuole anche un’altra cosa.
Ci vuole un progetto.
Le cose bisogna iniziarle non così, tanto per farle, ma avendo in mente un obiettivo, sia esso a breve o a lungo termine.
E il progetto dev’essere quanto più dettagliato possibile.
Deve reggersi in piedi e camminare da solo.
Solo così potrà consentire ad una squadra non solo di iniziare un cammino.
Ma anche di proseguirlo.