8.3.15

Manca qualcosa.


Di fronte al mare la felicità è un’idea semplice.
Jean-Claude Izzo


Elena non portava sulle mani i segni dell'amore.
Non c'erano anelli, fedi, fedine. Nulla che potesse manifestare all'esterno la presenza di un amore nella sua vita. Ma non era solo una questione di gusto, di apparenza. L'assenza di quei tipici segni rivelava la verità: la vita di Elena era priva di amore. Lo era da molto tempo, ormai. Troppo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva provato qualcosa che si potesse anche solo lontanamente definire amore? Quattro anni? Cinque? Ormai il ricordo di quell’ultima storia era talmente lontano da affacciarsi nella memoria confuso e frantumato, come un film del quale si ricorda nitidamente solo qualche scena, qualche faccia, senza riuscire a ricostruirne né la trama, né il titolo. Ma l’assenza di amore nella vita di Elena non si limitava ai rapporti con l’altro sesso: era un’assenza più ampia, totale. C’era, anzi non c’era, il rapporto con la madre, finito da un giorno all’altro per motivi futili ed incomprensibili come quelli alla base di una guerra. E quello con Luigi e Mario, i due fratelli, ai quali continuava a legarla nient’altro che il sangue. Perché, come andava ripetendo sua nonna Francesca: - I figli sono come i meloni. Alcuni escono bene. Altri male. – Ed evidentemente con Luigi e Mario era andata così: erano usciti male.


Elena prese posto sull’autobus che ogni mattina la portava dal Vomero, il quartiere in cui viveva, al Centro Direzionale, dove lavorava come segretaria in uno studio legale. Era il solito posto, il suo preferito. Quello con le due fila di sediolini che si fronteggiano. Quando poteva lo sceglieva sempre perché raddoppiava le possibilità d’incontrare qualcuno che conoscesse. Oppure di fare la conoscenza di un perfetto sconosciuto. O, semplicemente, d’incrociare uno sguardo interessante, in grado di portarla, anche solo per la durata di quel tragitto, in un luogo lontano. In un luogo diverso. In un luogo dove le cene non fossero fatte di monoporzioni.
E di silenzio.
Ci sperava sul serio che succedesse, anche se l’esperienza le aveva insegnato che queste cose capitano solo nei film, specie in quelle commedie romantiche americane che adorava, fiabe fatte di attori in carne ed ossa. Ma non nella vita, che, nel suo caso, era così terribilmente vuota che non sapeva neanche da che parte iniziare, per provare a riempirla.


Elena attivò la modalità random dell’I-Pod. Il suo, inseparabile, I-Pod verde fluo. Per nessun motivo al mondo si sarebbe separata da quell’oggetto (ma poteva davvero liquidarlo come un semplice oggetto?). L’unico capace di tenerle compagnia in mezzo a tutto il silenzio che la circondava. Era diventato parte di lei al punto da avervi fatto incidere sopra il suo nome.
Elena.
Perché se c’era una cosa che le aveva salvato la vita più di una volta, beh, quella era la musica. La musica la distraeva. La portava in mondi lontani, allontanandola dai pensieri negativi. Come quello di essersi assuefatta alla mancanza di amore. Al torpore sentimentale nel quale era finita. Al punto che la paura più grande, anche di quella di restare sola, era che, se soltanto le fosse capitato di incrociare lungo la strada qualcosa di lontanamente simile all’amore, non sarebbe riuscita a riconoscerlo.
E sarebbe andata avanti, come nulla fosse.


Nelle cuffie irruppe una musica techno-house, svegliandola dai pensieri nei quali era immersa. – Rischi della modalità random. – Pensò tra sé e sé, mentre col pollice destro schiacciava il pulsante forward dell’I-Pod in cerca di un brano più leggero. Più adatto alla condizione sonnecchiante delle sette e trenta del mattino. “Drive” dei The Cars. Uno dei suoi brani preferiti. - Mi è andata bene.  – Pensò. – Difficilmente la selezione casuale dei brani.. – Non fece in tempo a completare il pensiero che si interruppe. L’uomo seduto di fronte a lei le stava parlando. Era anziano, l’aria trasandata, il collo avvolto da due sciarpe di colore diverso che prendevano direzioni opposte.
- Vedete? Questa è la conferma. Non avete nemmeno sentito cosa vi ho detto. – Le disse l’uomo anziano, agitando le mani nell’aria come se stesse allontanando dei moscerini. Quasi le sembrò che la stesse rimproverando. Anzi, senza IL “quasi”. Il tono era proprio quello di un rimprovero.
- Mi scusi, ma io… - Elena si tolse le cuffie e provò a giustificarsi. Anche se proprio non riusciva a capire perché avrebbe dovuto giustificarsi con uno sconosciuto, e per giunta con uno sconosciuto che gesticolava ed aveva un tono scorbutico.
- Lasciate stare. Quello che vi dovevo dire ve l’ho detto. Alla prossima fermata devo scendere. Meglio che inizio ad alzarmi, se non voglio restare bloccato a sentire questa schifezza di musica che state sentendo. – Tagliò corto l’uomo, facendo fare un ennesimo giro intorno al collo alle due sciarpe.
- Senta, io… - Disse Elena, provando a trasformare in un dialogo quello che ormai appariva anche agli altri passeggeri come un interminabile monologo.
- E poi, inutile parlare con voi giovani. – Concluse lapidario l’uomo, alzandosi dal sediolino e dirigendosi verso la porta centrale dell’autobus. – E non andate in giro a suicidarvi ed a lamentarvi della solitudine! – Riprese a sorpresa l’uomo, tornando sui propri passi come il tenente Colombo, quando, dopo aver interrogato il principale indiziato, si ricordava tutt’a un tratto di avere un’ultima cosa da chiedergli. – La verità è che fate di tutto per essere soli, voi giovani. T-u-t-t-o. – Scandì lentamente, voltandosi e scendendo dall’autobus mentre imprecava sottovoce il malcapitato dio di turno quel giorno.
Elena rimase immobile, incerta sul se sentirsi più turbata per la ramanzina subita o per il fatto che quel signore anziano sembrava aver gettato uno sguardo dentro la sua testa e, fra tutti i pensieri, aver pescato con implacabile precisione quello che la assillava di più.


Bruce Springsteen cantava di come gli occhi tristi non mentono mai, quando Elena si accorse che il ragazzo che aveva preso il posto del vecchio di fronte a lei la stava scrutando da cima a fondo, dagli stivali beige al cappello di lana arancione col pon-pon viola, che esteticamente non era il massimo, ma aveva l’indubbio merito di tenerla al riparo dai fastidiosi attacchi di sinusite, particolarmente frequenti durante l’inverno.
- Elena! Elena! Sei proprio tu! – Esclamò il ragazzo, prima che Elena potesse scagliargli contro una delle occhiatacce, efficaci come uno sfollagente, che usava per tenere alla larga attaccabottoni indesiderati e molesti.
- Io… S-sì. Mi chiamo Elena, ma… - Niente occhiatacce, pensò. Mi ha chiamato per nome. Evidentemente mi conosce. - …ci conosciamo? – Gli chiese.
- Direi proprio di sì. – Fece il ragazzo, sfoderando un sorriso che avrebbe detto sincero. E con un tono di voce dal quale traspariva felicità. – Però ti vedo sorpresa. Proprio non ti ricordi di me? - Le chiese, ed il sorriso gli scappò dal volto, andandosi a nascondere chissà dove.  
- Scusa, ma.. Mi spiace. Temo di non... – Fece Elena, ma, pensando che l’espressione sorpresa che doveva esserle apparsa sul volto insieme alla risposta esitante fossero la causa dell’improvvisa sparizione del sorriso dal volto del ragazzo, provò a rimediare. – Aspetta. Fammi indovinare. Lavoro!
- Acqua.
- Amici comuni!
- Acqua.
- Aspettaspetta! Hai un viso conosciuto. Ho capito: scuola! Eravamo alla stessa scuola!    
- Fuocherello.
- Ho capito! Eravamo in classe alle medie. Marcello! Ecco chi sei!
- Sbagliato! Ma ci sei andata vicina…
- Non sei Marcello? - Aliotta. Biondi. De Felice. Iniziò a ripercorrere mentalmente l’elenco dei compagni di classe delle medie che, per uno di quei perversi ed insondabili meccanismi della memoria, ricordava perfettamente. – Di Maio. Ecco chi sei: Giovanni Di Maio!
- Bravissima! – Il sorriso tornò definitivamente sul volto del ragazzo dopo essere riapparso solo ad intermittenze quasi impercettibili.
- Però… Lo devi ammettere: era difficile riconoscerti. Sei cambiato molto. Ti ricordavo con i capelli a spazzola, non lunghi e ricci.
- Beh, è passato tanto tempo. Tu però sei sempre carina. Anzi, lo sei ancora di più, se possibile.
- ..grazie. Sei gentile. – Rispose Elena, superando a fatica l’imbarazzo per il complimento ricevuto. E spiazzata dal fatto di non aver avvertito la sensazione di fastidio con la quale era abituata ad accogliere i complimenti. – Molto. – Prese coraggio. – Sei molto gentile. – E si decise a ricambiare il sorriso.
- Di niente. È il minimo che posso dir.. – Rispose Giovanni, interrompendosi alla vista di una donna alta dai capelli biondi che si stava dirigendo verso il posto libero accanto a lui. – Mi spiace, ma… Devo scendere. Spero di rivederti.
- Ah! – Sospirò Elena, spiazzata dalla brusca interruzione ed angosciata per la fretta di dover fare immediatamente qualcosa per non sprecare quell’occasione che il Destino le aveva riservato. – Aspetta. Non scappare. Potremmo rivederci, se ti va, qualche volta.
- Ehm.. – Mormorò Giovanni, guardando verso l’alto in cerca di una soluzione. – Facciamo così: dammi il tuo cellulare e ti faccio uno squillo. – Disse, alzandosi e tenendo le spalle alla donna che si stava avvicinando sempre di più.
- Ok. 34815162342.
- Bene. Segnato. Ora scappo. – Disse, voltandosi. E si avviò all’uscita dell’autobus con passo spedito, tenendo lo sguardo basso per evitare di incrociare quello della donna.
- Ciao! A presto! – Rispose Elena, accennando inutilmente ad un saluto con la mano sinistra mentre con l’altra si rimetteva le cuffie.
- Solo per curiosità… - Intervenne la donna dai capelli biondi, prima che Elena potesse schiacciare il tasto play dell’I-Pod. – Come ha attaccato bottone?
- Scusi, ma io… Non capisco – Rispose Elena, domandandosi se per caso non fosse finita in qualche stupida candid camera.
- Aspetta. Te lo dico io. Ti ha detto di essere un tuo ex compagno di classe. Vero? – Chiese la donna, sporgendosi in avanti e guardando Elena dritta negli occhi.
- Si, proprio così, ma… Lo è. Stavamo nella stessa classe alle medie. E comunque scusi, ma… Proprio non capisco. Ci conosciamo? - Chiese Elena, infastidita dalla seconda intromissione spiacevole della giornata e dal tono ironico della donna.
- No, non ci conosciamo. Chiedevo solo così, tanto per sapere se il repertorio di quel tizio si è arricchito un po’…
- Ma lui… È davvero un ex compagno di classe. Ricordava anche il mio nome.
- Certo, come no. Sai, non ci vuole molto a conoscere il tuo nome. Ti chiami Elena, vero?
- S-si, ma… Come ha fatto?
- È inciso sul tuo lettore mp3. Lo avrà letto anche lui. Mi spiace deluderti, ma… È davvero bravo ad abbordare. Ci prova con tutte le ragazze che salgono su questo autobus. Oddio, non proprio tutte. Quasi tutte. Se non sono carine no.
- … … … - Elena non  riuscì a trovare le parole adatte. Si sentiva una stupida per esserci cascata così facilmente. E si sentiva svuotata. Ancora di più, se possibile. Come se l’inganno del finto Giovanni le avesse tolto l’ultimo briciolo di speranza che, da qualche parte, le era rimasto.
- Mi spiace. Capisco come ti senti adesso. Presa in giro. È successo anche a me. – Provò ad incoraggiarla la donna, rendendosi conto di aver incrinato qualcosa nella ragazza.
- Non si preoccupi. Sto bene. Non mi sento presa in giro. Non sento proprio nulla. – Elena chiuse il discorso. E prese a guardare la strada scorrere dal finestrino mentre con il pollice cercava di nuovo il tasto play.

Il Boss riprese a cantare da dove si era interrotto.
Elena guardò passare la fermata alla quale doveva scendere.
E quella successiva.
E quella successiva ancora.
Non sarebbe andata a lavorare, quel giorno.
Avrebbe inventato una scusa.
Dopotutto, non mancava mai.
Le era passata la voglia di lavorare, per quel giorno.
O, forse, le era passata la voglia di tutto.


Elena scese alla fermata dove aveva preso l’autobus.
Si diresse con passo veloce verso il portone del palazzo nel quale abitava, frugando nella borsa, in cerca delle chiavi. Arrivò e fece per aprirlo, quando il suo sguardo fu catturato da un piccolo scorcio, proprio sotto casa. Lì, dove la strada finiva per lasciare spazio ad un affaccio dal quale poteva scorgersi, così lontano eppure così vicino, il mare.


Elena non portava sulle mani i segni dell'amore.
Non c'erano anelli, fedi, fedine. Nulla che potesse manifestare all'esterno la presenza di un amore nella sua vita. Ma non era solo una questione di gusto, di apparenza. L'assenza di quei tipici segni rivelava la verità: la vita di Elena era priva di amore. Quando le capitava di parlarne si sforzava di tenere nascosto questa mancanza. Questo senso di vuoto. – Bene. – Rispondeva ad amici o presunti tali che le chiedevano come se la passasse. Si sforzava. Ma non ci riusciva del tutto. – Anche se… - Così aggiungeva, facendo spuntare un punto di domanda sul volto dei suoi interlocutori. - ..manca qualcosa.
Si avvicinò al parapetto, le braccia tese in cerca di un appoggio. Gettò lo sguardo verso il basso. Paura e voglia di cadere al tempo stesso. Fece qualche passo indietro ed andò a sedersi sulla panchina in ferro e legno, esattamente di fronte allo scorcio.
Beh, quel giorno non le sarebbe mancato proprio un bel niente. – Si disse. - Quel giorno sarebbe bastata a se stessa.
E prese ad osservare la luce riflessa nel mare.
Nel mare.






2.1.15

Ritornare Umani


Un concerto.
Tutti siamo intenti a riprenderlo con gli smartphone mentre la cantante, sul palco, pochi metri davanti a noi, sputa fuori l'anima.
Anche se non ce ne rendiamo conto abbiamo fatto una scelta. Chiara, precisa: costruirci un piccolo souvenir della serata, fatto di immagini sghembe, tremolanti ed oscure, di suoni distorti e coperti da voci stonate, piuttosto che goderci lo spettacolo, vivere il momento, quel momento, senza il filtro di uno schermo. 
Pensando solo a noi ed a chi ci sta accanto in quel momento, e non a quanti metteranno un "Mi piace" sotto il nostro video dopo che lo avremo condiviso.

Un negozio di hot-dog.
Dietro il bancone un ragazzo che, in velocità, senza fermarsi un attimo, arrostisce würstel, riscalda panini, frigge patatine, raccoglie i soldi e da il resto. Tutto lui, da solo. Nessun altro ad aiutarlo. 
Qualcuno, nella fila, incomincia a lamentarsi. Sta aspettando da troppo tempo. 
Non lo sfiora neanche, almeno per un attimo, l'idea di mettersi nei panni di quel ragazzo, dall'altro lato del bancone. Che lavora ininterrottamente da ore e ore e dovrà farlo ancora per chissà quanto, nel caldo provocato da piastre roventi, friggitrici e marchingegni per scaldare i würstel. 
Ma, a pensarci bene, non è colpa sua.
È che, senza nemmeno rendercene conto, abbiamo smesso di provare empatia.
Persi come siamo, nei ritmi frenetici e insensati delle nostre vite, abbiamo dimenticato quanto sia importante l'empatia.
Quanto sia necessaria, per poterci dire umani. 
Per poterci considerare veramente umani. 
Nell'unico senso possibile.

Per strada.
Una ragazza, camminando a passo veloce tra la folla, ne butta per aria un'altra. Anziché chiederle scusa va dritta per la sua strada e, al mormorio dell'altra, risponde biascicando qualche insulto. 
Quand'è che siamo diventati così violenti? Così aggressivi? Così intolleranti? Pronti a scagliarci contro l'altro anche quando non ha nessuna colpa? Anche quando siamo i primi ad aver sbagliato? 
Ché la parola scusa è sempre la più difficile da pronunciare, come diceva una nota canzone di qualche tempo fa.
E l'attacco resta pur sempre la miglior difesa.
Fa niente se a furia di abituarci ad aggredire siamo diventati sempre più simili agli animali.
Tanto, abbiamo smesso da un pezzo di comportarci da esseri umani. 
Di essere umani. 

Al ristorante.
Ci portano una pizza. È calda, profumata. 
Dovremmo agguantarla con le mani e strapparla a morsi.
Invece tiriamo fuori il nostro smartphone, quando non lo abbiamo già appoggiato sul tavolo. 
Incominciamo a scattare foto. E, per farlo nel migliore dei modi possibili, finiamo per farla raffreddare. Per farle perdere il gusto. Per far svanire quel buon odore. 
Di tanto in tanto guardiamo la persona seduta di fronte a noi, di sfuggita. 
Raramente ne incrociamo lo sguardo, quasi per caso, distratti come siamo a far scorrere le dita tra un'applicazione e l'altra. Mentre postiamo una foto, sbirciamo tra gli squarci di vita altrui, rispondiamo ad un messaggio su WhatsApp. O diamo un'occhiata alle previsioni del tempo. Dio, quand'è che sono diventate così importanti le previsioni del tempo?
Compiamo questi gesti in maniera automatica, meccanica, sempre più naturale.  
Eppure è anche così che, un click dopo un altro, abbiamo smesso di essere umani.
È proprio così che, un click dopo un altro, abbiamo smesso di sentirci umani.
Nell'unico senso possibile.

E allora chiudilo quel cellulare, che non ti serve a niente. 
La persona più importante della tua vita, con ogni probabilità, in questo momento, è lì, accanto a te.  
Accarezzala. 
Parlale. 
Scherzaci.
Sorridile. 
Ascoltala. 
Sforzati di comprenderla. 
In fondo basta poco, per ritornare umani.

9.12.14

Come onde di notte sulla spiaggia























E' il 4 luglio 1990.
La sera prima l'Italia ha perso la semifinale dei mondiali contro l'Argentina ed io ho dormito malissimo. 
Le immagini dei rigori parati da Goycochea non mi hanno dato tregua per tutta la notte costringendomi a confrontarmi con l'abisso che separa i sogni dalla realtà.
Anche se non ancora in modo del tutto consapevole sfioro l'idea che domandarmi "cosa sarebbe successo se" sia la più sbagliata delle domande possibili. 
La più naturale, forse. Ma anche la più inutile.
Sicuramente la più dolorosa.
Nel saltare da un cartone animato a un telefilm finisco col guardare il servizio di un telegiornale sull'eliminazione degli azzurri dal Campionato del Mondo che erano destinati a vincere.
Non ricordo se fosse il TG1 o il TG2.
Ma ricordo benissimo le parole e la melodia della canzone che faceva da sottofondo al servizio. 
Che assocerò per sempre a quel momento, come accade spesso con le canzoni, capaci di attaccarsi ad alcuni momenti della nostra vita e di farli riaffiorare in superficie dagli abissi della memoria ad ogni ascolto sotto forma di ricordi.
"Forse perché ti credevo felice così 
proprio così fra le mie braccia
forse perché ci bastava arrivare fin qui 
come onde di notte sulla spiaggia"
Da allora ne è passato di tempo.
Ho imparato a vivere con più distacco le sconfitte, sportive e non solo.
Ché il calcio, in fondo, come tutti gli sport, non è altro che una metafora della vita. 
Qualche volta si vince, altre si perde. Più spesso si pareggia. 
E "Bella d'estate" continua ad essere per me una delle canzoni più belle della storia della musica leggera italiana.
Ed una delle più malinconiche.
Sarà per la melodia.
Per la voce sottile di chi la canta.
O perché descrive una situazione che tutti almeno una volta nella vita abbiamo vissuto. 
Non saprei.
So solo che da ieri lo è ancora di più.

Bonus Track:


23.11.14

Come tanti Mister Hyde

No signori, proprio non ci siamo, così non va.
Troppo facile.
Tutto troppo, dannatamente, facile. 
Troppo facile rinnegare tutto.
Per primo se stessi. 
Rimangiarsi quello che si è detto l'altro ieri, a volte addirittura ieri.
Troppo facile svegliarsi all'improvviso, come nel pieno della notte, e gridare che ci eravamo sbagliati di brutto. Che altro che sogno. 
Era tutto un fottuto incubo.
Troppo facile scoprire che la persona che fino alla notte scorsa ci dormiva addosso era, come in quel film con Julia Roberts di un bel po' di anni fa, niente di meno che un nemico. Anzi, di più, il nostro peggior nemico.
Troppo facile puntare l'indice, come un Pubblico Ministero nel pieno di una requisitoria, e additare l'altro di tutte le nefandezze possibili e immaginabili.
Soprattutto quando con quella persona, fino a qualche giorno prima, magari soltanto fino a poche ore prima, dividevamo ore, minuti, secondi. 
Dolori e momenti di piacere. Pensieri e sogni. 
Troppo facile convincersi che così, all'improvviso, quella persona che credevamo dolce, speciale, unica, si sia dileguata, lasciando spazio ad una creatura cattiva, mostruosa, orribile, ripugnante.
Disgustosa come i bozzoli in cui si trasforma Gizmo quando qualcuno gli da del cibo dopo la mezzanotte.
Troppo semplice accettare l'idea che, quando l'amore finisce, non possa esserci spazio per nient'altro che rancore, odio, spirito di vendetta, desiderio di rivalsa. 
Che tutto quello che è stato e siamo stati debba sparire.
Come se qualcuno, di nascosto, magari mentre dormivamo, ci abbia iniettato una pozione per endovena. Trasformando quelli che fino ad un attimo prima erano degli innocui dottor Jekyll in altrettanti Mister Hyde.

13.11.14

Niente da fare, l'ha letto.


Dannato Zuckerberg, io lo sapevo!
Lo sapevo che, dopo averci illuso che Facebook fosse una sorta di almanacco dei giorni perduti in grado di farci ritrovare le persone che credevamo smarrite per sempre, salvo poi trasformarlo, giorno dopo giorno, inserzione dopo inserzione, nel più grande centro commerciale tascabile del mondo, l'avresti combinata grossa anche con WhatsApp.
Lo sapevo!
Ma non credevo saresti arrivato a tanto.
Al punto da lasciarci tutti soli con le nostre certezze.
Sì, perché con la doppia spunta blu che prova l'avvenuta lettura del messaggio inviato non hai solo realizzato l'ennesima violazione della nostra privacy, - concetto decisamente sopravvalutato nell'epoca dei social network, che ha rivelato la nostra vera natura di voyeuristi ed esibizionisti al tempo stesso. 
No, con la doppia spunta blu hai fatto di peggio: ci hai tolto il dubbio. 
E togliendoci il dubbio c'hai privato dei sogni.
Della possibilità di sperare. 
Di crogiolarci nell'incertezza:  
- allora?
- Lo avrà letto? 
- Perché non mi risponde?
- Sarà impegnata.
- Ah, già mi pare che a quest'ora è in palestra.
- Anzi, no. Avrà il cellulare lontano. Silenzioso. Senza vibrazione. Spento. Con la batteria staccata come gli infiltrati nei film polizieschi.
E tutte quelle paranoie che chiunque abbia perso almeno una volta nella vita la testa per qualcuno può capire.
C'hai tolto la possibilità di appigliarci a tutti i segnali più equivoci possibili, trasformarli in solidi punti di appoggio dai quali prendere la rincorsa e, armati di tutta l'incoscienza di cui siamo capaci,  spiccare il balzo verso la più prevedibile delle delusioni.
Già non erano tempi facili.
Da qualche giorno a questa parte lo sono ancora di meno per i sognatori.

20.10.14

Quando mi lasci ti cancello

Ci avete fatto caso? Quando due persone si lasciano le foto sul profilo Facebook che li ritraevano insieme, come per magia, spariscono.
Interi album di viaggi e vacanze vengono cestinati senza pietà. 
Foto di pranzi, cene, aperitivi, abbracci, baci, coppie di piedi, dita che si intrecciano svaniscono nel nulla.
Addirittura alcune immagini vengono ingrandite, tagliate e modificate fino a rimuovere quelli che fino a poco tempo prima ne erano sorridenti protagonisti. E di cui, quando l'operazione di ritocco delle foto non è proprio perfetta, se tutto va bene, rimane solo qualche pezzo di arto a ricordarne l'esistenza. 
Come i fratelli di Marty McFly, che scompaiono un pezzo dopo l'altro dalla foto che ha in tasca mentre suona Johnny B Goode alla festa in cui i suoi futuri genitori si baciano per la prima volta.  
In realtà, non è che si tratti di un fenomeno poi così nuovo: in fondo, la prima (o al massimo seconda o terza) cosa che uno fa dopo essersi lasciato è proprio cercare di eliminare tutto quello che in qualche modo ci ricorda la persona con cui stavamo, in primis le foto.
Solo che con i social network di mezzo le cose si sono complicate un po'. 
Perché possiamo illuderci di cancellare fotogrammi passati divenuti all'improvviso così ingombranti ed indesiderati, stando ben attenti a rimuoverli dal nostro profilo in maniera chirurgica, come in quel gioco di tanti anni fa quando dovevamo estrarre organi da un malcapitato paziente di plastica senza far scattare l'allarme. 
Ma non possiamo andare in giro a ripulire anche le foto disseminate sui profili altrui. 
Quelle scattate dai parenti, dagli amici, dagli amici degli amici, in occasioni speciali, o semplicemente durante un giorno qualunque.
Ed ecco, quindi, che, quando meno te lo aspetti, riaffiorano le immagini. 
E con esse i ricordi.
Si insinuano, come uno di quei bug fastidiosi capaci di bloccare una partita all'Amiga 500 e di farci imprecare davanti ad uno schermo. 
Sembra quasi che siano lì a provocarci.
E a ricordarci che, per quanti sforzi facciamo, che lo vogliamo oppure no, di quello che è stato, da qualche parte, fuori e dentro di noi, rimarrà sempre una traccia.

14.10.14

Dangerous di David Guetta o Della canzone pop perfetta


Come si scrive la canzone pop perfetta oggi, nell'ottobre 2014?
Così:

Regola n. 1: la canzone pop perfetta è quella che riesce ad essere al passo coi tempi.
Regola n. 2: la canzone pop perfetta è quella che riesce ad essere al passo coi tempi senza dimenticare quello che è c’è stato fino all’altro ieri e lasciando intravedere quello che verrà.
In questo senso il pezzo del famoso dj francese è perfetto: la base, suonata inizialmente da un pianoforte che presto lascia il passo a sintetizzatori e chitarre distorte, ha un ritmo sincopato, perfetto per descrivere la frenesia di un’epoca che ha fatto della velocità il suo totem indiscusso.
Ma questo solo se ci si ferma ad un primo ascolto superficiale e, per l'appunto, veloce.
Perché la linea melodica di fondo fatta di sintetizzatori evoca reminiscenze passate: i mai sufficientemente rimpianti anni '80.
Ed innesca un cortocircuito con l'immaginario cinematografico degli ultimi anni, dove sempre più spesso sono questo tipo di suoni a farla da padroni.
Pensate alla canzone sui titoli di testa di Drive, subito dopo la rapina iniziale tutta ripresa in soggettiva nella prospettiva del guidatore, con la macchina da presta che stringe sulle mani di Ryan Gosling salde al volante.

E non solo: c'è, nella linea di chitarra che sostiene l'intera canzone del dj mangiarane, che si ripete come in un loop infinito, anche un richiamo al suono di altri dj che hanno, con la loro musica, rotto ogni barriera tra musica dance e pop, come i Daft Punk.
E poi, beh poi, c'è tutta la contemporaneità che una canzone pop degna di questo nome deve avere: il ritornello fatto di poche parole efficaci ripetute in maniera quasi ossessiva ("I don't know where the lights are taking us/But something in the night is dangerous/And nothing's holding back the two of us/Baby this is getting serious/Oh oh oh/Dangerous/Oh oh oh").
Il cantato al confine col rappato.
La voce di Sam Martin, facilmente riconoscibile, eppure non catalogabile in maniera netta né nella musica pop, né in quella dance.
Probabilmente perché riconducibile ad un altro tormentone degli ultimi mesi perfetto ibrido dei due generi.

Ammesso che abbia ancora un senso parlare di pop e dance come di due generi diversi.
Perché, se c'è una cosa che Dangerous dimostra, o meglio conferma, è che se vogliamo ascoltare della buona musica pop, o meglio, della grande musica pop, non dobbiamo più guardare alle popstar e alle rockstar tradizionalmente intese.
Ma ai deejay.
Specie da quando il brit-rock è sparito, definitivamente affossato dalle risse tra i fratello Gallagher e dalle evoluzioni (?) dei Radiohead e del Damon Albarn solista.
Specie da quando chi provava a fare del buon pop con un minimo di personalità (i primi Maroon 5 su tutti) ha scelto di abbandonare la strada intrapresa per consacrarsi a vocoder e sintetizzatori (non a caso due marchi di fabbrica della musica dance degli ultimi quindici-vent'anni).
E allora non è un caso Chris Martin, uno che ha perso la moglie ma non la capacità di scrivere canzoni pop, per arrivare in cima alle classifiche con il cupo e malinconico Ghost Stories si sia rivolto ad Avicii per portare a casa il più classico degli specchietti perle allodole.
E che gli U2, pur essendosi intrufolati negli IPhone di mezzo mondo come un Trojan qualsiasi, non riescano a sfondare davvero pagando l'assenza di un tormentone in grado di trascinare il loro ultimo cd.

Forse proprio perché, persi nel loro pellegrinaggio dai produttori più in voga del momento (Ryan Tedder e Paul Epworth), si sono dimenticati di bussare alla porta di un deejay.